Miti e realtà: il lessico della neve nelle lingue polari

Una delle leggende più affascinanti – e diffuse, aggiungerei – in ambito linguistico afferma che gli Inuit, abitanti delle regioni artiche come la Groenlandia, abbiano sviluppato un vocabolario straordinariamente ricco per descrivere la neve. La leggenda è andata poi diffondendosi sempre di più, nuove versioni, via via più colorite sono nate nell’era di internet tanto che oggi si dice che esistano di centinaia, talvolta persino migliaia di termini che distinguerebbero con precisione i vari tipi di neve: da quella polverosa, fresca, appena caduta alla crosta ghiacciata che si forma dopo una tempesta o, ancora, a quella perfetta per costruire un igloo.
Una versione simile di questa leggenda circola anche sull’islandese, altra lingua nordica associata quindi al tema della neve, dell’inverno, del ghiaccio. Ma quanto c’è di vero in queste affermazioni?

L’origine della leggenda sugli Inuit

La storia degli “infiniti termini inuit per la neve” ha radici lontane, risalenti agli inizi del XX secolo. L’antropologo Franz Boas, uno dei pionieri dello studio delle lingue e delle culture artiche, notò durante le sue ricerche che le lingue parlate dagli Inuit includevano molti termini per indicare la neve. Tuttavia, il suo lavoro venne presto semplificato e frainteso, trasformandosi in un mito linguistico che affascina (e intriga) ancora oggi.
Una leggenda che, specie negli ultimi anni, ha trovato terreno fertile per diversi motivi: se da un lato gioca sulla fascinazione che molte persone provano per culture percepite come “esotiche” o strettamente legate alla natura, dall’altro offre un’immagine romantica (romanticizzata, forse) e idealizzata di popoli lontani, ancora in armonia con il proprio ambiente, e capaci di osservare e nominare ogni dettaglio del paesaggio che li circonda.
Questa narrativa, benché suggestiva, è più il prodotto di stereotipi occidentali che di un’accurata comprensione delle lingue inuit.

Il fraintendimento linguistico: cosa significa “parola”?

La chiave per smontare questa leggenda sta nella definizione di “parola”. Nelle lingue inuit, come nell’islandese, il concetto di parola non è lo stesso che usiamo in italiano o in altre lingue indoeuropee. Le lingue inuit sono polisintetiche, il che significa che costruiscono parole complesse unendo radici, suffissi e prefissi in modi quasi infiniti. Ad esempio, una singola “parola” in una lingua inuit può equivalere a un’intera frase in italiano.
Un paragone semplice, ma efficace, per capire meglio come funzionano le lingue parlate dagli inuit è quello dei mattoncini lego: immaginate che ogni mattonino rappresenti una radice o un suffisso che porta con sé un significato specifico, come “neve”, “ghiacciata” o “soffiata dal vento”. In una lingua polisintetica, puoi combinare questi mattoncini per creare “parole” che descrivono in modo dettagliato e preciso un determinato tipo di neve.
Ad esempio, puoi partire da una radice che significa “neve” e aggiungere suffissi che indicano se la neve è fresca, ghiacciata, portata dal vento o perfetta per costruire un igloo. Questo non significa che ci siano centinaia di “parole” per la neve nel senso tradizionale, ma “soltanto” che, in queste lingue, esiste un sistema altamente flessibile per descriverla.

Un esempio concreto?
Prendiamo la parola qanik, “neve che cade dell’alto” – questa è formata in realtà da due unità, il prefisso qa- (cadere, scendere) e il suffisso -nik, neve.
Un altro termine per indicare la neve nella stessa lingua è “qanikulooq”, che vuol dire “neve che cade dal cielo in abbondanza, ed è formato da qanik (che abbiamo visto essere formato da qa- e -nik) e il suffisso -looq, che indica l’abbondanza.
Ancora, partendo da qanik, si possono formare “termini” come qanikcqac, lett. “neve caduta al suolo e solidificatasi in uno strato ghiacciato”.
Questi termini, in realtà, non sono parole separate come le intendiamo noi, ma combinazioni di parti più piccole, come radici e suffissi, che si uniscono per descrivere cose specifiche. Non esistono da sole nel vocabolario, ma vengono “create” al momento per adattarsi a quello che si vuole dire, come fossero frasi o, più correttamente, perifrasi.

Come si perpetua il mito?

Dopo questa spiegazione verrebbe da chiedersi come mai questo mito sia ancora così diffuso e come mai, nonostante le tante smentite da parte di linguisti e antropologi questo continui a suscitare un simile interesse.
Le ragioni sono molteplici: in primo luogo è un “bel racconto”, è un racconto in grado di affascinare, di far sognare, è facile da ricordare e si presta bene ad essere condiviso, raccontato e quindi diffuso. In secondo luogo, si tratta di una narrativa “verosimile”, credibile. Non solo: la complessità delle lingue inuit può risultare difficile da comprendere per i non-addetti-ai-lavori, il che rende più facile la diffusione di idee eccessivamente semplificate e, talvolta, persino errate. Infine, la leggenda si sposa perfettamente con una visione idealizzata degli Inuit come popolo vicino alla natura, un’immagine che, pur avendo una base di verità, non rende giustizia alla complessità della loro cultura.

E l’islandese?

Una simile leggenda circola anche sull’islandese, una lingua decisamente più vicina alla nostra, così che anche dell’islandese si sente spesso dire che abbia una quantità incredibile di parole per descrivere la neve.
L’islandese, infatti, possiede un vasto vocabolario legato al paesaggio invernale, con termini specifici per indicare vari tipi di neve e ghiaccio. Ad esempio, ci sono parole come snjór (neve generica), snjóföl (neve farinosa), skafrenningur (neve spazzata dal vento) e hafís (ghiaccio marino). Tuttavia, questo non significa che l’islandese abbia “centinaia” di parole per la neve, nel senso tradizionale del termine. Molti dei termini specifici derivano dalla tendenza della lingua a formare parole composte, unendo radici e affissi per creare descrizioni estremamente precise. Per esempio, termini come snjókoma (lett. nevicata), snjóbylur (bufera di neve) e snjóföl (neve polverosa), sono tutti composti a partire dalla radice snjór (neve).
Sebbene esistano altre parole islandesi per descrivere altri fenomeni legati alla neve senza fare riferimento alla radice “snjór”, l’idea che ci siano “centinaia” di termini per la neve nell’islandese è un’esagerazione.

E quinidi?

La leggenda secondo cui gli Inuit (e gli islandesi) avrebbero centinaia di parole per la neve è un esempio perfetto di come i miti culturali possano affermarsi e persistere nel tempo, anche senza un vero e proprio fondamento reale. Comprendere la vera natura di queste lingue così diverse dalla nostra come quelle Inuit, e la tendenza dell’islandese a formare parole composte, ci aiuta ad apprezzare la loro ricchezza e complessità senza dover ricorrere a semplificazioni o stereotipi. Quindi, la prossima volta che senti parlare di “centinaia di parole per dire neve,” sorridi e rispondi: “Non proprio, ma la realtà è ancora più interessante!”

4 pensieri riguardo “Miti e realtà: il lessico della neve nelle lingue polari

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