Il racconto di Gestr – pt. II

Sono molto affezionato alla storia di Gestr (trovi una versione più approfondita qui), uno dei miei eroi preferiti di tutto il folklore e la letteratura norrena.
Gestr, il cui nome significa “ospite”, è un po’ il prototipo del raccontatore e del collezionista di storie, del viaggiatore, del viandante se vogliamo: la sua storia ci viene raccontata in un breve testo medievale, chiamato Norna-Gests Þáttur, parte della grande saga di Ólafur Tryggvason.
Gestr, un uomo di mezza età, insolitamente alto e forte, arriva quasi per caso alla corte del re (Ólafur Tryggvason, appunto), conquistando in breve tempo le simpatie e l’ammirazione dello stesso sovrano, incuriosito da quel misterioso figuro e dalle storie che egli è in grado di raccontare.
L’arrivo di Gestr è accompagnato da strani segnali, apparizioni di spiriti, elfi forse, che sembrano avvisare il re circa l’eccezionalità di quel suo ospite. Nelle settimane che seguono il suo arrivo, Gestr racconta storie via via più lunghe, complesse, lontane nel tempo: rivela allora di aver avuto una vita ben più lunga del normale, di aver conosciuto personaggi leggendari, di aver interagito con loro, ne racconta le gesta e i segreti, insomma, tutto.


La storia di Gestr è lunga e complessa, e non è difficile capire perché io ne sia rimasto così affascinato quando la ho ascoltata per la prima volta, ben otto anni fa: Gestr, il viandante, il viaggiatore, il cantastorie, rappresentava, allora, tutto quello che avrei voluto diventare.
E non è un caso allora se io, a lui, ho dedicato il mio primo racconto, dando a Gestr la possibilitá di raccontarsi.
Ho a lungo pensato a cosa una figura come Gestr potrebbe raccontare oggi e, più volte, ho pensato di modificare questo breve racconto, cambiarne la forma, il tono, tutto.
Ma non ce l’ho mai fatta, e forse va bene così.
Io ve lo lascio qui, ma davvero, leggete anche la storia vera, fatelo per Gestr.

Io mi chiamo Gestr. Vorrete scusarmi se, dopo tanto tempo, ancora non ho trovato un modo migliore di presentarmi, ma sono stato molto impegnato.
Sono nato nella piccola tenuta di Grøning, in Danimarca. Mio padre, Þórðr, doveva essere una persona importante perché in occasione della mia nascita venne organizzata una grande festa a cui parteciparono un po’ tutti, uomini e dei.
Quelli erano però tempi diversi, gli dei erano davvero tanti e non era poi così raro che qualcuno di loro scendesse qui sulla terra per sbrigare tutta una serie di faccende di cui a noi mortali non è certo dato sapere.
Tra i presenti, almeno così mi è stato detto, c’erano anche le Norne, figure che immagino voi non conosciate e che mi permetto quindi di presentare brevemente: erano tre signore (anche se qui qualcuno dice che fossero molte di più) alle quali spettava l’ingrato compito di decidere i destini delle persone. Se al momento della creazione i destini degli dei e del mondo erano apparsi già ben chiari e definiti, quelli degli uomini erano ancora tutti da decidere e proprio qui entravano in gioco loro, le Norne.
Io comunque di quella sera non ricordo molto, avevo del resto appena aperto i miei occhi al mondo e il destino, il mio destino, non rappresentava per me motivo di preoccupazione più di quanto non lo fosse il ricevere la mia poppata quotidiana. Strane le priorità che abbiamo da bambini.
Qualcosa ad un certo punto dovette però essere andato storto perché, almeno così raccontano, una delle Norne decise – in maniera un po’ vigliacca, diciamolo- di maledirmi: la mia vita non sarebbe durata certo più della candela che, rapidamente, si consumava al fianco della mia culla. Fortunatamente, due delle altre Norne erano ancora dalla mia parte: spensero la candela e dissero ai miei genitori di prendersene cura e di non lasciare, per nessuna ragione, che quella si consumasse. Salvo quell’inconveniente, mi predissero una vita lunga e felice e, a fine festa, mi salutarono con un inchino.

Questa storia mi venne raccontata in occasione del mio sedicesimo compleanno, quando i miei genitori mi ritennero maturo a sufficienza da poter custodire quella mia personalissima reliquia in autonomia.
Fu così che, all’età di diciassette anni, con la chiave della mia immortalità ben nascosta sotto il mantello, mi misi in viaggio. Si dice che io abbia resistito trecento inverni prima di arrendermi alla noia della vita eterna, ma io insisto col dire che sono stati molti di più.
Per capire quanto straordinaria fosse la mia situazione, vi basterà pensare che ai quei tempi, nemmeno gli dei erano immortali e che le norne si erano ben premurate di dare una degna conclusione anche alla vita degli dei: ci sarebbe stata, un giorno, una grande battaglia e la terra sarebbe stata, infine, divorata dalle fiamme.
Di me, però, non si accennava nemmeno e, in tutta sincerità, a me andava bene così: ho passato buona parte della mia vita a viaggiare e, quando proprio non se ne poteva fare a meno, a combattere. Sono stato, ora che ci penso, anche poeta ed è capitato che qualcuno, non così di frequente, mi confondesse con Odino che, pure, era solito viaggiare, combattere e raccontare storie.
Fu proprio lui, vagamente indispettito, a dirmi che alcuni poeti avevano a tal punto confuso le nostre figure da trasformarci in una persona sola: la cosa però lo divertiva e, nonostante la sua apparente serietà, anche lui ha sempre avuto la passione per i divertimenti e gli inganni. La cosa mi lusinga molto e, in uno dei nostri incontri, ne parlai persino con lui: come ho detto, non era poi così raro per gli dei camminare sulla terra e, nella mia lunga vita, ne ho incontrati parecchi.

Non solo loro, ora che ci penso: ricordo di aver passato del tempo in compagnia di quel famoso Sigurður, di averlo seguito nelle sue prime imprese e di averlo studiato abbastanza da vicino, almeno fino al momento in cui quel tale, Reginn, non lo aveva convinto ad affrontare il drago Fáfnir.
Ero presente quando Sigurður ha incontrato Brynhildur, e quando quella loro figlia, Áslaug, aveva mosso i primi passi su questa terra.
La incontrai poche volte, ma ci mancò poco che me ne innamorai: dovete sapere che, per gli immortali -o per i presunti tali- l’amore è una faccenda complicata e qualcosa da cui, se possibile stare alla larga.
Ogni tanto qualcuno sembrava dubitare del fatto che lei fosse davvero la figlia di Sigurður e Brynhildur, a chi ogni tanto aveva qualche dubbio, si raccontava che, nascosto nel suo occhio destro, vi fosse impresso il segno del drago, lo stesso ucciso da suo padre, Sigurður.
Queste sono, ovviamente, delle fandonie: non vi era nessun motivo per poter dubitare della natura di Aslaug per la cui bellezza anche gli dei, se in quel momento non avessero avuto altro di cui preoccuparsi, si sarebbero fatti la guerra.
Dico così perché anche per gli dei non erano tempi facili: qualcosa doveva essere andato storto nei piani delle Norne perchè, di fatto, sparirono da un giorno all’altro. Non ci fu nessuna grande battaglia nel cielo e, come ben saprete, la terra non venne avvolta dalle fiamme.
Devo ammettere che, in parte, la colpa fu anche mia: ero, allora, una delle guardie di Re Ólafur Tryggvason che, impressionato dalla mia storia, mi tenne sempre particolarmente vicino. 
Fu così che, quando lui chiese il mio aiuto per diffondere quella sua nuova religione, io lo aiutai più che volentieri e mi ci convertii pure.
La mia storia si interrompe, ufficialmente, qui: si dice che la mia vita sia durata non più di trecento inverni.
Mi auguro che la mia presenza oggi, qui, sia sufficiente a dimostrarvi che non è andata così: ho camminato per questo vostro buffo pianeta fino ad oggi e, ve lo devo proprio dire, ne ho viste di cose. 

Vorrete scusarmi se ora, mentre la mia candela va finalmente consumandosi, voglio pensare a qualcosa di bello.

Mi chiedo che fina abbia fatto, quella Áslaug.



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