Un po' di me
Mi chiamo Enrico, ho 29 anni (okay, quasi 30) e da otto mi occupo di mostrare, ma soprattutto raccontare quelle che sono le regioni più a Nord del globo, le tradizioni e la vita, anzi, le vite dei loro abitanti, dedicandomi in particolare all’Islanda, dove vivo da quasi sei anni, alle Føroyar/Faroe e, infine, alla Groenlandia.
Sono un ricercatore e un fotografo, ma più di ogni altra cosa sono un raccoglitore e raccontatore di storie.
Parlando di storie, comunque, la mia e quella di questo progetto iniziano poco meno di una decina di anni fa, nel 2017, durante un breve soggiorno nelle Føroyar, un luogo, uno dei luoghi, che sognavo di visitare sin da bambino.
Sono poche, brevissime, giornate di inizio gennaio: il sole sorge poco dopo le dieci, tramonta alle tre, piove per tre giorni di fila, grandina per due, poi arriva la neve.
Sono giorni in cui fotografo poco, però ascolto tanto, incontro tante persone: il paesaggio è bellissimo, ma le storie che raccolgo lo sono un po’ di più e, soprattutto, mi lasciano il bisogno di conoscerne, di ascoltarne sempre di nuove. Le prime parole che imparo in faroese sono parole come Bergmál, lett. Voce della montagna (eco), oppure Silvitni “Il mare così calmo da sembrare uno specchio“, mentre le prime storie che ascolto sono storie di elfi, di troll, mostri marini.
Torno a casa con tante parole annotate nella mia agenda, tante storie che voglio raccontare, agli amici, ai compagni di studi, sapendo che, una volta finite, lassù, ne potrò trovare sempre di nuove.
Inizio anche a chiedermi se, Casa, con la “c” maiuscola, non sia effettivamente da qualche parte nel nord.
Nei mesi e negli anni che seguono torno a Nord una decina di volte, forse di più, nelle Føroyar, spesso, poi un po’ in Norvegia, in Islanda.
Mi compro una macchina fotografica, piccola, vecchia, eppure preziosissima per me: insieme ci spingiamo fino alle Svalbard, una volta sola, a dicembre, io raccolgo e racconto storie, lei mi aiuta dove le parole non riescono -ancora – ad arrivare.
La svolta definitiva arriva poi pochi mesi più tardi, con un progetto di volontariato in Norvegia, due mesi passati tra le montagne, Knut e Olaf, che mi ospitano, sono ballerini e conoscono centinaia di storie, con loro imparo un po’ di Norvegese, conosco altre perone, danze, leggende, luoghi.
Poi è la volta dell’Islanda: una delle foto che ho scattato nelle Føroyar, anni prima, attira l’attenzione di una fattoria nel nord dell’Islanda, hanno bisogno di un fotografo che faccia delle foto ai loro cavalli, centoventi(!), hanno una pagina instagram, dicono, vogliono offrire tour a cavallo ai turisti e quindi hanno bisogno di foto. Con loro passo un inverno intero, poi un altro ancora, l’Islanda diventa a poco a poco Casa e l’islandese, prima incomprensibile, si fa via via più facile: le parole hanno una loro poesia, le sento mie.
Sono tanti piccoli miracoli quelli che mi permettono di rimanere qui, in Islanda: l’ultimo arriva con l’ammissione all’università, inizio a studiare islandese nel 2021, l’università è a trenta chilometri da un vulcano attivo, vedo il bagliore arancione della lava la sera quando torno a casa.
Tre anni poi passano in fretta, arriva la laurea in islandese, poi inizia il percorso di studi in antropologia, raccontare storie è una cosa seria, bisogna fare attenzione e bisogna sapere come raccoglierle, come parlare con le persone, come approcciarsi a culture diverse.
Io intanto continuo a raccontare, a studiare, essere qui è una fortuna, un miracolo, una serie di miracoli che non posso e non voglio sprecare.
A poco a poco l’Islanda mi svela i suoi segreti, così come le Føroyar, dove torno ogni volta che ne ho l’occasione, ma anche la Groenlandia, le Svalbard e tanti altri posti che non avrei mai davvero immaginato, un giorno, di poter visitare.
Raccontare il Nord, dal Nord
Mentre scrivo queste prime righe, quelle che diventeranno, tra le tante cose anche l’introduzione del mio primo libro, ho, aperto di fronte a me, il primo volume della raccolta Kortasaga Íslands, la storia della cartografia islandese: la pagina è aperta su un dettaglio della Carta Marina, la prima carta geografica a noi nota del Nord Europa, famosa per la serie di mostri marini che affollano le acque del nord atlantico.
Proseguendo verso Nord, il numero e la varietá di creature straordinarie non fa che aumentare: i disegni si fanno via via più fantasiosi, liberi.
Se in alcuni di questi animali possiamo riconoscere, seppur in controluce, degli animali reali (balene e orche, ad esempio), la maggior parte di queste creature appartiene al regno della fantasia e dei racconti, spesso esagerati, di qualche marinaio.
Per secoli il Nord ha rappresentato agli occhi dei viaggiatori qualcosa di misterioso e remoto: il nord, la sua inaccessibilità, i suoi paesaggi hanno per secoli fornito un terreno fertile per il diffondersi di questo tipo di storie e narrative: le isole boreali assomigliavano, nell’immaginario collettivo, a pianeti lontani, dispersi sotto ad altri cieli, altre stelle, talvolta benevole, talvolta meno.
Ancora oggi, nonostante l’accorciamento delle distanze, fisiche e non solo, nonostante i voli a basso costo e la scomparsa dei mostri marini dalle mappe, il Nord pare non aver perduto del tutto quel suo fascino: parole come boreale, artico, sono ancora in grado di farci immaginare terre e mondi lontani, climaticamente difficili, ma in grado, ogni volta, di attrarre, sedurre, incantare.
Ancora oggi, quello che dalla Scandinavia si estende verso Nord, verso l’artico e le regioni polari appare come un mondo incredibilmente complesso, un mescolarsi eterogeneo di lingue, popoli e culture spesso molto diverse le une dalle altre, ciascuna con le sue particolarità e i suoi segreti che, a poco a poco, si svelano a chi si dimostra in grado di approciarvisi nella maniera corretta.
Per iniziare a intravedere, almeno, la vera essenza di questi luoghi occorre allora avvicinarsi a ciascuno di questi mondi, parlare con i loro abitanti, ascoltare le loro storie, raccogliere quante più testimonianze possibile, attraversare tante esistenze diverse quante ci è concesso viverne, fermarsi in un posto quel tanto che basta per iniziare a sentirci a casa prima di partire, poi, alla volta del successivo.
Questo è un progetto che nasce da un’avventura durata otto anni, anzi, che nasce durante un’avventura durata otto anni: otto anni di osservazione, di studio, di ricerca, di storie.
Questo è un progetto che nasce dal bisogno di non sprecare nemmeno una parola di quelle ascoltate, raccolte, negli ultimi anni e dall’urgenza di restituire a voi lettori un’immagine, o una serie di immagini, del Nord che si avvicini alla realtà, senza stereotipi e luoghi comuni.
Buona lettura e buona permanenza,
Enrico ❄️
