Descensus ad inferos, lett. “discesa agli inferi” è una serie di tre scatti, ciascuno corrispondente ad uno dei luoghi dell’aldilà dantesco realizzata in occasione della mostra “Cantiche, Dante e la fotografia” che verrà inaugurata venerdì 10 settembre a Russi (RV).

L’obiettivo del lavoro è la resa, attraverso il mezzo fotografico nella sua purezza – lontano da artifici e da post-produzioni aggressive – delle atmosfere e dei toni della Commedia dantesca. Il lavoro, accompagnato da una breve – e qui semplificata – appendice storica circa l’evoluzione del tema della discesa agli inferi nelle varie culture europee, si fa anche occasione per rivalutare, per ripensare il nostro rapporto con il trascendente che si fa, ad ogni scatto, sempre più concreto e vicino, a tratti persino terreno.

La morte del sole: storie di eroi e déi – La discesa agli inferi nella cultura occidentale

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Quello della catabasi, la discesa agli inferi, è un tema che può essere ritrovato nella quasi totalità delle religioni, mitologie e culture del mondo. Se è vero questo, che ogni popolo, ad un certo punto della sua esistenza si sia ritrovato a fare i conti con l’interrogativo circa la vita, la morte e ciò che vi sta oltre, è anche vero che le riflessioni intorno ad esso hanno prodotto decine, migliaia di variazioni di un singolo tema, talvolta anche piuttosto diverse le une dalle altre.

La prima di queste variazioni a noi note è contenuta in un testo in lingua attica, forse una traduzione di un poema più lungo in lingua sumera a noi sconosciuto (III-II millennio a.C.): nella mitologia dell’area mesopotamica, a compiere il viaggio verso gli inferi è la dea della fertilità Ishtar. Il viaggio di Ishtar agli inferi è molto diverso dalle declinazioni moderne del tema: la dea è mossa dal desiderio di confrontarsi con la sorella, Ereshkigal, la quale però approfitta dell’occasione per imprigionarla e impedirle di risalire al mondo dei viventi. L’assenza della dea (costantemente torturata e sfregiata da sessanta malattie diverse per opera della sorella) si traduce in un periodo di grande infertilità per la terra e nell’interruzione di ogni attività generatrice, tanto che gli stessi déi del pantheon sono costretti ad intervenire: Ishtar viene allora innaffiata con l’acqua della vita e la primavera può fare ritorno.

Salvo alcune particolarità nel mito, racconti di questo tipo sono piuttosto comuni anche tra culture molto distanti le une dalle altre: anzi, possiamo affermare che la discesa agli inferi da parte di divinità primaverili costituisce per un lungo periodo il paradigma di riferimento per questo tipo di narrazioni in cui la discesa della divinità solare (o, appunto, primaverile ) agli inferi e la successiva risalita al mondo dei viventi si fa allegoria di una concezione ciclica del tempo e del susseguirsi delle stagioni.

Difficile dire quando, e dove, le potenzialità narrative del tema vengano colte e sfruttate appieno per la prima volta, come è difficile stabilire quando il viaggio verso l’aldilà smetta di essere prerogativa esclusivamente divina e la possibilità cominci a schiudersi anche a individui mortali: resta però certo che a partire da un certo momento il tema del viaggio divino viene parzialmente sostituito da quello del viaggio “eroico”: a discendere agli inferi, allora, sono i grandi eroi del mito e dell’epica, come Orfeo, Ercole, Ulisse ed, infine, Enea. Si tratta di un tema che avrà grande fortuna critica nel corso dei secoli.

In area germanica, i due motivi fino a qui illustrati sembrano riuscire a coesistere: nella mitologia norrena è il dio Baldr (divinità solare e figlio prediletto di Odino) ad essere ucciso per mano di Loki e a essere fatto prigioniero negli inferi. Spetterà allora al fratello Hermod compire un secondo, pericoloso, viaggio verso gli inferi per trattare la restituzione al mondo di Baldr. Là, Hermod incontrerà la dea Hel, la quale lo informerà che restituirà Baldr alla vita solo se tutte le cose, viventi e non, piangeranno per lui. Una gigantessa, forse Loki travestito, si rifiuterà di piangere e Baldr sarà costretto a restare negli inferi fino all’ultimo giorno, quando finalmente potrà fare ritorno sulla terra e inaugurare l’inizio di un nuovo ciclo cosmico di prosperità.

La venuta del cristianesimo rallenta, almeno inizialmente, il diffondersi e il nascere di nuove variazioni sul tema: ciò non si deve, come erroneamente si potrebbe pensare, ad una rigidità intrinseca alla nuova fede (che, in realtà, si mostra piuttosto permeabile a suggestioni esterne, almeno nelle sue prime fasi ) quanto il radicale cambiamento nella concezione dell’aldilà che ad essa si accompagna: i luoghi dell’escatologia cristiana sono, a differenza di quelli delle mitologie europee, spiccatamente materici, trascendenti. Sono a tutti gli effetti dei non luoghi, la cui possibilità di accedervi non è più un fatto di “valore”, ma una questione puramente teologica. Se per millenni gli inferi erano stati luoghi fisici, reali, (seppur difficilmente raggiungibili) e descrivibili in quanto tali, l’aldilà cristiano è a-materiale, e la sua descrizione richiede l’adozione di nuovi strumenti linguistici, metaforici ed allegorici. Occorre, per così dire, che poeti, profeti e scrittori abbiano il tempo di elaborare un nuovo linguaggio che si presti alla descrizione di questi “luoghi non luoghi”: è al termine di questo processo di ricerca, che è anche e soprattutto un processo creativo, poietico, che si colloca l’opera di Dante.

Nella Commedia, il tema della discesa agli inferi viene riproposto in una forma fino ad allora inedita, senza però lasciare che i legami con la tradizione vengano recisi completamente. Allo stesso modo, Dante si mostra in grado di descrivere, con sorprendente rigore e precisione, l’aldilà cristiano senza mai perdere di vista la sua dimensione trascendente, misteriosa, inafferrabile senza mai, per questo, privare il lettore della possibilità di immaginare e coglierla in forme concrete.

Serie di scatti:

Se è vero che l’eccezionalità dell’opera di Dante sta (anche) nel riuscire a mantenere intatta la natura trascendente dei luoghi dell’escatologia cristiana, è anche vero che questo aspetto rappresenta uno dei maggiori ostacoli che si hanno ad affrontare quando si cerca di rendere l’aldilà dantesco attraverso un mezzo, quello fotografico, strettamente legato all’aspetto materiale della realtà.

Per quanto mi riguarda, ho cercato, in questa serie di scatti, di rimanere fedele ad uno stile personale di tipo documentaristico, lontano da artifici e da post-produzioni eccessive, pur ponendo un’attenzione particolare nei confronti della luce e lavorando il più possibile in luoghi a me già noti e a cui io mi sentissi emotivamente e spiritualmente legato: luoghi-metafora, epifanie inattese di un divino tanto trascendente quanto concreto.

Di ghiaccio e di fuoco, l’Islanda e l’Inferno dantesco:

L’inferno dantesco è il regno del fuoco e del gelo: se sono le fiamme ad avvolgere le anime dei consiglieri fraudolenti, è nel ghiaccio, nella distesa del lago infernale noto con il nome di Cocito, che sono puniti i traditori. Parlando di “regno del ghiaccio e del fuoco”, c’è però un altro luogo a cui penso: l’Islanda, il Paese dove, da un anno a questa parte, vivo e lavoro, Paese che oltre ad ospitare il ghiacciaio più grande d’Europa, è anche casa di (circa) centotrenta vulcani, di cui trenta ancora attivi. Uno di questi, il Fagradasfjall, si è risvegliato il marzo scorso e l’eruzione prosegue, ininterrotta, da allora. La foto esposta è stata scattata poche settimane dopo l’inizio dell’eruzione, poche ore dopo l’apertura della seconda fessura eruttiva. L’area era deserta, con un vento gelido che non accennava minimamente a placarsi e il fiume di lava proveniente dalla nuova fessura scorreva a pochi metri dalla macchina fotografica. Il ghiaccio, il fuoco, il vento. Per un istante ho avuto l’impressione di trovarmi davvero in uno degli ambienti più inospitali del pianeta.

Era l’inferno, o la cosa più simile ad esso che avessi mai sperimentato: e non avevo mai visto nulla di così bello.

Il Purgatorio, le Isole Faroe e una nuova visione della coralità

Quello delle Isole Faroe è un piccolo arcipelago formato da diciotto isole strette le une alle altre nel cuore dell’Atlantico settentrionale. Difficile spiegare a parole cosa mi abbia indotto ad accostare la loro immagine a quella del Purgatorio dantesco: nonostante spetti ad esse il titolo di “mio posto preferito nel mondo”, non mi è possibile negarne la natura inospitale. Si tratta però di un’inospitabilità mitigata se paragonata a quella degli inverni islandesi: il clima faroese è umido e piovoso, ma mai troppo freddo. Penso alle Isole Faroe come ad un luogo fuori dal tempo, dove viene meno, o quasi, quella distinzione netta tra le stagioni che troviamo, invece, nel resto della Scandinavia, o in Islanda.

Ma c’è di più: il Purgatorio dantesco è caratterizzato da una sua dimensione corale, enfatizzata dal poeta per mezzo di frequenti richiami alla musica. Le anime del Purgatorio, nella loro coralità, mi portano alla mente tanto l’abbracciarsi, le une alle altre, delle isole, quanto una certa “solidarietà” che più volte ho percepito tra le genti di quell’arcipelago lontano.

Nello scatto, la veduta dalla spiaggia di Bour, poco dopo uno dei violenti temporali che continuamente battono la zona.

La luce del Paradiso, il ritorno in Islanda.

Quella del paradiso è la cantica della luce.

Potrà allora sorprendere la scelta di rappresentare il Paradiso per mezzo di una foto scattata nel mezzo del lungo, e buio, inverno islandese. Eppure l’inverno nel Nord è anche e soprattutto bianco: bianco è il cielo, bianche sono le montagne, le brughiere, tutto. Un biancore irreale in cui le singole determinazioni del paesaggio si fondo le une alle altre, le une sulle altre facendosi a tratti irriconoscibili.

Ed è luce, e pace, anche se solo per poche ore.

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