La scorsa settimana un’ondata di caldo imprevista si è abbattuta sulla città di Vancouver, in Canada, e su una serie di località vicine dove le temperature hanno raggiunto per qualche ora picchi di 49.5 gradi centigradi, infrangendo il precedente record di 47.9 gradi. Le vittime, a oggi (08/07) sono state più di cinquecento.

Quando nel 2019 ho iniziato ad occuparmi del mondo nel nord e delle sue tradizioni mi sono domandato quale rilevanza, all’interno della mia attività di reportage, dovesse spettare alla questione climatica: indubbiamente si trattava di un argomento strettamente collegato alla mia attività, ma allora sentivo di mancare profondamente sia dei mezzi sia delle competenze per potermi esprimere sul tema e scelsi così la via di un ignavo e imperdonabile silenzio. Eppure è oggi evidente che l’assenza di mezzi e competenze adeguate, da sola, non basti a trattenere le parti negazioniste dall’esprimersi: ecco allora che fatti come quello di Vancouver, benché accadano ormai con frequenza annuale, sono bollati come “eventi eccezionali” da parte di chi, ancora oggi, vuole negare a tutti i costi il cambiamento climatico in atto. Diventa allora necessario, e doveroso, parlare.

I. Qualche caso isolato.

Le regioni artiche e subartiche sono tra le più colpite da questi fenomeni: gli equilibri che garantiscono la loro sopravvivenza sono estremamente delicati e cambiamenti minimi (purché costanti) danno luogo facilmente ad effetti visibili e tangibili.

Ho avuto modo di toccare con mano la questione per la prima volta nell’estate del 2018: allora mi trovavo in Norvegia, per “turismo”, era il mese di giugno e la temperatura superò, per tre giorni di fila, i 33 gradi centigradi (36, nelle regioni a sud di Oslo). Più tardi, quello stesso anno, mi sarei trovato alle Isole Svalbard per un reportage fotografico. Il mio aereo atterrò alle ore 11:40 del 21 dicembre, in piena notte polare: la temperatura al suolo era di quattro gradi sopra lo zero, pioveva, e la situazione rimase pressoché stabile per tutta la prima settimana. In entrambi i casi mi convinsi, sebbene a fatica, che doveva essersi trattato di episodi eccezionali, preoccupanti, certo, ma isolati e pertanto facilmente assorbibili dal pianeta. Tornai però in Norvegia l’estate successiva, per tre mesi questa volta, passandone due in compagnia di O. e K. nella loro casa poco distante da una rinomata località sciistica. Fu un’esperienza illuminante, ma si di una luce terribile, il bagliore accecante di un pianeta in fiamme: nel corso di quei due mesi venni a sapere che nell’ultimo decennio gli inverni si erano fatti via via più corti (Olav e Knut, questi i loro nomi, mi dissero che nel corso degli ultimi cinque anni erano passati dall’avere sei/sette mesi di neve all’averne cinque) e che anche la vegetazione nell’area era cambiata sensibilmente nel corso dello stesso periodo. Finito il soggiorno in loro compagnia, trovandomi già in Norvegia, decisi di fare ritorno alle Svalbard.

Una volta lì, raccogliere dati circa la situazione climatica si sarebbe rivelata un’impresa più difficile del previsto: nessuno, o quasi, dei locali che riuscii ad intervistare aveva passato più di tre anni nell’arcipelago e, a complicare le cose, la maggior parte di loro era solita lasciare le isole durante la lunga notte invernale. Qualcuno osservò che gli inverni si erano fatti meno freddi e le piogge più frequenti, ma assumere queste poche persone a campione statisticamente rilevante presentava dei rischi che, ancora una volta, non ero disposto a correre: non dissi nulla e scrissi ancora meno; quella del riscaldamento climatico aveva tutta l’aria di essere una questione anche e soprattutto politica e non volevo, parlandone, pregiudicarmi una grossa fetta di potenziali lettori.

II. Qualcuno pensi agli orsi polari

Fu durante quel secondo soggiorno alle Svalbard che incontrai per la prima volta un orso polare: si trattava, come mi fu spiegato in seguito, di un esemplare giovane che era già stato avvistato nel corso delle settimane precedenti, nei “dintorni” di Longyearbyen. L’orso era forte e in salute, io e il mio compagno di viaggio passammo una buona mezz’ora ad osservarlo attraverso le lenti dei binocoli e a seguirne gli spostamenti sulla banchisa: entrambi venivamo da una lunga serie di spostamenti e di viaggi nell’artico, ma concordammo sul fatto che quella fosse la cosa più bella* che avessimo visto sino a quel momento. La fortuna ci sorrise anche nel corso dei giorni successivi, così che incontrammo un totale di otto orsi, tra cui una madre in compagnia dei cuccioli, sebbene cresciuti. Fummo particolarmente fortunati e incontrammo solo esemplari giovani e/o in salute, ben lontani dalle immagini, a dire il vero sempre più frequenti, di orsi denutriti e sofferenti.

Anche grazie a quel tipo di iconografie, ho da tempo accettato l’idea che i miei figli, o i loro figli, non incontreranno mai un orso polare: per loro questi racconti che scrivo e queste foto che scatto avranno allora il sapore di un’elegia scritta troppo tardi, un pianto abbozzato per un pianeta morente.

Allora forse si chiederanno a cosa stessimo pensando, noi e i nostri padri, ma non sono sicuro avremo le parole per rispondere loro.

III. Elegia, funerale, il peso delle parole e dei gesti

Il paragone con l’elegia funebre potrà sembrare, ai più, un’esagerazione romantica. Il caso vuole, però, che mentre leggo la notizia dell’ondata di caldo record registrata in Canada e dei (02/07) 134 morti registrati, sono in macchina in compagnia di un’amica e, insieme, stiamo attraversando l’Islanda per un piccolo progetto fotografico. Siamo, allora, alle pendici dell’Ok, il vulcano che fino a qualche anno fa ospitava, alla sua sommità, il ghiacciaio Okjokull. L’Okjokull è stato il primo ghiacciaio islandese a scomparire: in gergo tecnico la cosa vuol dire che la sua massa è diminuita al punto tale da non rendere più possibile la serie di processi che ne garantivano la sopravvivenza.

Sopravvivenza. Sì, perchè un ghiacciaio è un organismo vivo, che cresce, vive, si alimenta e, eventualmente, muore. La morte dell’Okjokull è stata accompagnata da una pittoresca cerimonia funebre: nell’agosto del 2019 un gruppo di persone si è radunato sul monte Ok per commemorare il ghiacciaio scomparso. Per l’occasione, lo scrittore islandese Andri Snaer Magnasson ha affisso una targa che recita:

“Una lettera al futuro:

L’Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere il suo stato di ghiacciaio. Nel corso dei prossimi due secoli ci si aspetta che tutti i ghiacciai islandesi subiscano la stessa sorte. Questo monumento testimonia che sappiamo cosa sta succedendo e quello che dobbiamo fare.

Solo voi sapete se lo abbiamo fatto. “

Andri Snaer Magnasson

Ecco allora che la mia profezia si è già, almeno in parte, avverata: la foto dell’Okjokull che ho scattato nel maggio del 2018 è già testimonianza di qualcosa che non c’è più.

Elegia, lapide, memoria: sono tutti termini che dovrebbero farci capire la drammaticità dei tempi che stiamo vivendo e l’evidente insufficienza dei provvedimenti adottati. In questo caso, i ghiacciai e il loro status sono testimoni d’eccezione del processo in atto: un ghiacciaio non è sensibile alle anomalie occasionali, non bastano un paio di giornate a +30° a far rimpicciolire un ghiacciaio. Se i ghiacciai del mondo si stanno rimpicciolendo sino a sparire, vuol dire che le temperature sono aumentate in maniera costante negli ultimi anni: prove come queste sono virtualmente inconfutabili. Possiamo allora distogliere lo sguardo da eventi come quello in Canada, ma non di fronte a un ghiacciaio che scompare: entrambe le cose però non fanno altro che ricordarci che anche qualora dovessimo riuscire a rispettare tutti gli impegni presi con gli accordi di Parigi, il prezzo che ci troveremo a pagare, in termini di vite umane, sarà incalcolabile.

IV. La mucca come metafora

Ho avuto modo di intervistare Andri Snaer nel novembre dello scorso anno, poche settimane prima che il suo ultimo libro, Il tempo e l’acqua, diventasse bestseller internazionale. A lui, al suo testo e alla nostra conversazione, si devono alcune delle riflessioni e delle considerazioni contenute in queste prime pagine, mentre a interamente a lui si deve la geniale e poetica intuizione della mucca come metafora per il ghiacciaio, da me semplicemente ampliata nelle righe che seguono. (Il testo integrale dell’intervista può essere letto qui e qui)

Abbiamo allora detto che un ghiacciaio è vivo, che metaforicamente vive, respira e fornisce sostentamento, ma la metafora, in sè, non appare dotata di grande forza comunicativa. Occorre allora trovare metafore adeguate a descrivere il problema. Se vogliamo pensare allora ad un ghiacciaio come ad una creatura vivente, pochi animali sono più adatti allo scopo della mucca. Che sia questa la metafora che salverà il mondo?

Non è mia intenzione, ora, tracciare la storia dell’addomesticazione della mucca: quello che è innegabile è che l’addomesticazione dei primi bovini rappresenti una tappa fondamentale nell’evoluzione della nostra specie. I nostri antenati devono molto alla mucca: essa ha dato loro latte, carne, cuoio mentre il procedere lento e barcollante dei buoi ha trainato i primi aratri, aperto i primi solchi nel ventre della terra e aperto loro le porte dell’agricoltura. La mucca, insomma, è stata per noi fonte di vita più di qualsiasi altro animale. Possiamo allora parlare dei ghiacciai del mondo come vacche sacre e fonti di vita, ma non dobbiamo trascurare il fatto che il rapporto deve essere simbiotico, e che spetta anche a noi prendercene cura.

“[…] servirebbero anni di studi comparativi per capire se il parallelismo mucca/ghiacciaio sia o meno legittimato dal punto di vista antropologico. Ma non abbiamo tempo. Quello che mi interessa è che funziona: possiamo concepire i ghiacciai del mondo come vacche da latte, come fonte di nutrimento e vita. Ma dobbiamo capire che queste vacche stanno morendo.”

Andri Snaer Magnasson.

Se anche di fronte a metafore come questa, così radicate nel pensiero dalla nostra specie, non riusciremo a trovare la forza di agire e di modificare radicalmente il nostro sistema produttivo e il nostro rapporto con la natura, le conseguenze saranno disastrose. Quella dell’Okjokull è stata la prima vacca a lasciarci: era vecchia e stanca, forse per questo ci siamo non ci siamo accorti che stava soffrendo. Per lei è stato celebrato un funerale simbolico alla presenza di un centinaio di persone. Ma cosa faremo quando sarà la volta di tutte le altre?

V. Elaborazione del lutto

Funerale, elegia, morte, disastri. Sono tutti termini difficili da concepire, ancor più da capire, quando parliamo del nostro pianeta: ci è difficile pensare che il pianeta che conosciamo possa un giorno non esserci più. Eppure, negli ultimi anni, la rapidità dei cambiamenti in atto è stata sotto gli occhi di tutti: chi, come me, è nato intorno (e dopo) alla metà degli anni ’90, ha forse più chiara la portata di questi fenomeni mentre, le generazioni più vecchie tendono a non percepirla in maniera così netta. Da ciò deriva che ogni generazione si trova ad un punto diverso del processo di elaborazione del lutto. Gli appartenenti alla mia generazione (i nati alla fine degli anni 90′) sembrano aver ormai accettato la fine imminente della vita così come la conosciamo: stanchi di non essere ascoltati, disillusi, molti di loro sono convinti che la situazione sia ormai irrecuperabile e vivono di conseguenza in una sorta di nichilismo da fine del mondo. Ci sono naturalmente le eccezioni, la generazione successiva alla mia è portavoce di nuovi valori e un rinnovato impegno a tutela del clima si sta facendo strada nel mondo in una disperata corsa contro il tempo.

Questi ideali, però, nulla possono senza un appoggio transgenerazionale: occorre allora che la generazione correntemente al potere colga la drammaticità del momento storico, le implicazioni ecologiche, economiche e sociali del disastro vero il quale stiamo puntando. A tal proposito, io sono pessimista: se l’accettazione (seppur dolorosa e disillusa) è l’atteggiamento dei nati nella mia generazione, il loro è un netto diniego, mitigato talvolta da improbabili negoziazioni sulla scia del “abbiamo tempo fino al 2030 per invertire la rotta”. Quest’atteggiamento, la contrattazione, dà loro l’illusione di avere ancora tempo, di poter ritardare quelle azioni necessarie.

I giovanissimi, invece, sono arrabbiati, spaventati. E hanno ragione ad esserlo. La tutela del clima dovrebbe essere trattata come l’unica questione veramente importante, ma invece i servizi al telegiornale, ancora oggi, dopo 500 morti, si permettono di esordire con “quello del cambiamento climatico è un tema ancora incerto…”.

Così va il mondo, così elaboriamo il lutto per il nostro pianeta.






		

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