Al seguito di una grande nevicata, occorre attendere qualche giorno prima che la vita torni lentamente ad essere quella di tutti i giorni e l’ultima tormenta invernale non rappresenta, sotto questo punto di vista, un’eccezione: la strada che conduce alla fattoria è scomparsa dopo poche ore e la neve ha ricoperto, sepolto, l’intero lato sud della casa, raggiungendo, in alcuni punti, l’altezza del tetto, oscurando completamente le finestre così che metà della casa è rimasta al buio per le ultime quarantotto ore. Ci sono voluti tre giorni prima che la vita si avviasse di nuovo verso una parvenza di normalità: il trattore, scavando nella neve, ha riportato alla luce, metro dopo metro, la stretta strada sterrata mentre, davanti alla porta di casa, ricompare, a poco a poco, un accenno di vialetto. La luce del sole, infine, torna a filtrare dalle finestre del lato meridionale che, ora, affacciano su di una distesa bianca e spoglia, levigata dalla neve, che sembra estendersi a perdita d’occhio.

Ore 07:00, il trillo della sveglia

La seconda di un gruppo di quattro sveglie suona qualche minuto dopo le sette, squilla per tre volte prima di spegnersi per altri dodici minuti. Fuori dalla finestra è ancora buio e lo sarà fino alle 9, 9:30, del mattino, quando una sottile ed eterea striscia di luce farà la sua comparsa al di sopra dell’orizzonte e il sole inizierà, timidamente, a sorgere. La scorsa notte, di ritorno da un’escursione fotografica, ho scordato di accendere il termosifone, così che ora la piccola stanza è fredda e la finestra coperta da un sottile strato di condensa che ha avuto, in alcuni punti, il tempo di trasformarsi in una patina ghiacciata. Accendo la luce – e il termosifone – e prendo in mano i libri, è ancora presto per la colazione, così decido di portarmi avanti con lo studio per l’accademia e, perchè no, anche con un po’ di islandese: cinque minuti con una delle tante app sul telefono, una lettura veloce alle dispense di grammatica, poi prendo in mano uno dei libri di favole della piccola M, che ha compiuto da poco tre anni. Provo a leggerne qualche pagina, mi illudo persino di essere arrivato al punto di poter capire la lingua e intrattenere una qualche conversazione, ma l’illusione dura poco: dall’altra parte della porta di legno sento A. e H. che stanno per uscire, parlano tra loro in islandese e io non riesco ad afferrare che qualche parola: Hestur, cavallo, bilskur, garage; il resto è un chiacchiericcio incomprensibile.

Quando finalmente appoggio i libri, sono da poco passate le otto del mattino. La casa è ancora vuota, la cucina deserta, ma un thermos arancione pieno di caffè ha fatto la sua comparsa su tavolo. K. si sveglia pochi minuti dopo le otto e trenta, entra in cucina e senza nemmeno salutare si getta su una delle tazze che ho preparato accanto al lavandino. Una volta bevuto il primo dei tanti caffè della giornata, inizia a parlare anche lei. Insieme, andiamo verso il fienile per le prime mansioni quotidiane: il sole inizia a sorgere pochi minuti prima delle nove, la neve ha ancora il colore della sera e il termometro segna diciassette gradi sotto lo zero.

Ore 10:45, arrivano un furgone delle poste ed un francese

Io e K. facciamo ritorno in cucina per la seconda parte della colazione, il caffè è ancora caldo e mezza torta alle mandorle è avanzata dal brunch della domenica, la radio è accesa vicino al davanzale e alle previsioni del meteo si alternano cantautori di varie nazionalità, persino italiani. Alle 10:45, J. arriva con il suo furgone, un vecchio mezzo delle poste islandesi ora riconvertito, bussa alla porta e si siede al tavolo con noi. Lui e K., lavoravano insieme come guide turistiche, entrambi sono rimasti in Islanda dopo aver perso il loro lavoro stagionale e cercano di arrangiarsi come possono in attesa della ripresa del turismo attesa per l’estate. A breve farà ritorno a Reykjavik, dove ha ancora un appartamento, ma nel mentre ci invita a seguirlo per una rapida escursione in macchina: vuole raggiungere una famosa fattoria situata sulla sponda opposta del fiume Horga, teatro, insieme a quella in cui troviamo ora, di una famosa storia di fantasmi islandese.

Ore 11:30, si parte

Ci vogliono circa quindici minuti per radunare tutta l’attrezzatura fotografica, i vestiti e consultare le cartine – la copertura internet scarseggia nella parte più interna della vallata – e finalmente, alle 11:30 siamo pronti a partire: Myrka, questo il nome della fattoria (lett. fiume scuro), dista solo pochi chilometri, ma le strade, non asfaltate e ricoperte di neve e ghiaccio, richiedono prudenza. Ogni circa 500 metri, poi, J. si ferma a studiare le montagne, a fotografarle: vorrebbe avere più tempo per scalarle, per sciarci sopra, ma finisce col ripromettersi che tornerà in estate e che le scalerà allora, poi, dice, per sciare avrà tempo l’inverno prossimo. Quando raggiungiamo Myrka il cimitero dove dovrebbero trovarsi i segni del passaggio del fantasma è completamente coperto dalla neve: dalla coltre bianca non spunta altro che qualche lapide più alta delle sue vicine ed una grossa croce di lamiera. J. si ferma a intrattenere qualche parola con uno dei contadini, ma quando arriva mezzogiorno siamo già sulla via del ritorno: J. saluta K. e senza nemmeno prendersi l’ultimo caffè fa ritorno verso Reykjavik, la via è ancora lunga e le ore di luce sempre meno.

Ore 14:00, Una lunga passeggiata

Un po’ deluso dall’uscita del mattino, decido di organizzare una seconda uscita fotografica, in solitaria e, poco dopo l’ora di pranzo, mi avvio verso le montagne. Il sole ha già iniziato la sua lenta discesa al di sotto dell’orizzonte, e la luce dorata che precede il tramonto si riflette sulle brughiere coperte di neve.

Ore 16:00 “Torna a casa prima che faccia buio!”

Sono da poco passate le 16 quando mi accorgo di essermi spinto un po’ troppo distante dalla fattoria: la neve ha già preso a virare lentamente verso l’azzurro, il cielo ha perso il suo colore ambrato e va via via raffreddandosi. Non riuscirò a tornare a casa prima che faccia buio. Sulla via del ritorno, in una delle vallate ( tutte piuttosto simili le une alle altre ), incontro un gruppo di cavalli che deve aver cercato di ripararsi lì dal vento, i loro dorsi sono incrostati di neve congelata, tanto da permettere loro di confondersi con il paesaggio. Provo ad avvicinarmi, ma ho il tempo di scattare una sola fotografia prima che questi fuggano verso la montagna. Ci vuole una mezz’ora di cammino prima di poter distinguere la sagoma della fattoria in lontananza: due lampioni proiettano altrettante chiazze di luce arancione sulla neve, ma il resto del paesaggio è grigio, l’azzurro abbandona lentamente il cielo che ha ora il colore del piombo, presto sarà buio e io ho luce sufficiente per una, massimo due , ultime fotografie.

Ore 23:50, quindici secondi di ritardo

Sono sdraiato nel mio letto e leggo ancora i libri della piccola M., senza riuscire a capirci granché questa volta, quando fuori dalla finestra vedo brillare i colori dell’aurora boreale. Capita raramente di poterla vedere dalla mia finestra, se non altro per via della luce dei lampioni che, riflettendosi sulla neve, risulta quasi abbagliante. Ad ogni modo, quella di questa sera è una delle più intense che io abbia mai visto e, soprattutto, è rosa. Corro immediatamente di fuori, senza nemmeno mettere i guanti e con le scarpe da ginnastica, metto il cavalletto nella neve e provo a scattare, ma mi accorgo di aver dimenticato di mettere la batteria nella fotocamera. Ci vogliono circa 15 secondi, ma quando faccio ritorno, le luci si sono fatte meno intense, la loro danza più lenta e il loro colore ha virato nuovamente verso il verde.

Da togliere il fiato:

Pochi minuti dopo la mezzanotte, sento il bisogno di sdraiarmi nella neve e rimanere immobile a guardare il cielo. Appoggio la fotocamera sul petto e provo a scattare qualche foto: sono senza fiato, per qualche secondo smetto di respirare mentre, sopra di me, il cielo non la smette di bruciare.

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