06/01/21:

Sono ormai diffuse su tutti i principali social network(s) le immagini surreali dell’irruzione da parte dei manifestanti pro-Trump all’interno delle stanze del Campidoglio. Tra le varie figure riconoscibili, spicca quella di un uomo, identificato poi come un sedicente moderno sciamano, indossante un particolare copricapo e dal corpo adorno di tatuaggi ispirati a elementi della mitologia norrena. È con grande rammarico, poi, che ho visto il riaccendersi delle polemiche – che credevo e speravo essere ormai un lontano ricordo – sui simboli appartenenti al mondo del nord e sul loro, presunto, legame con gli ambienti di estrema destra. Il tema è già stato trattato da numerosi altri blog di appassionati ( consiglio la lettura del post di unitalianoinislanda.com ), ma ho comunque deciso di dare il mio piccolo e personale contributo alla questione.

Un bufalo al Campidoglio, e brandisce un martello.

Accendo il televisore e un’edizione straordinaria del telegiornale mi mette al corrente del fatto che una folla di manifestanti ( l’utilizzo di un termine neutrale è, almeno al momento della stesura, voluto ) è riuscita, con la forza, a farsi strada all’interno delle stanze del Campidoglio di Washington, dove era in atto una seduta. Il servizio è accompagnato da una serie di immagini e riprese video dalla parvenza surreale: davanti all’occhio incredulo delle telecamere va svolgendosi quella che ha tutta l’aria d’essere la parodia mal riuscita di un golpe intervallata da risate e balletti osceni.

L’attenzione si sposta su una strana figura: ha il volto dipinto, indossa solo un paio di pantaloni e un elmo di pelliccia ai cui lati spuntano delle corna. Urla, strilla e intanto posa per le innumerevoli fotografie che gli vengono scattate. Pochi minuti e diventerà uno dei portavoce ufficiali degli assalitori. Lo schermo del telefono si illumina, qualcuno mi ha scritto “hai visto? Un uomo-bufalo ha invaso il Campidoglio”. Passano meno di due ore e, mentre su internet si diffondono i primi meme, sono costretto a vedere che due miei cari amici, dalla Norvegia, sono già costretti a dover scrivere post chilometrici a difesa dei simboli che l’uomo cornuto ( che nel mentre è stato soprannominato L’Uomo Bufalo ) ha tatuati sul petto e che esibisce con orgoglio: il Mjölnir ( martello di Thor ), un Valknut ( nodo di Odino ) e l’Yggdrasil (albero del mondo, albero sacro ).

Spengo il televisore e mi sposto in camera, prendo il computer e inizio a scrivere anche io: fuori dalla finestra la bufera non accenna a placarsi, il vetro è completamente nascosto dalla neve. Dall’altra parte, qualcuno bussa. Perché un bufalo ha con sè il mio martello?

I simboli dopo le religioni (*)

Rispondere a questo interrogativo apparentemente banale vuol dire ricostruire, in sintesi, la storia della scomparsa del mito dalle nostre vite, riuscire a cogliere il declino dei simboli e le dinamiche che sottostanno alla scomparsa degli déi dalle nostre vite, a quella s-divinizzazione del mondo che i tempi moderni hanno saputo portare all’estremo. Vuol dire, per concludere, affrontare apertamente il tema della morte del mito e della profanazione di ciò che ne rimane. E sono, ahimè, i miti scandinavi ( e con essi il loro vastissimo repertorio di simboli e figure ) a dimostrarsi particolarmente suscettibili a questo processo di profanazione e strumentalizzazione. Ma cosa appiamo veramente in proposito?

Quello dell’antica religione norrena è un territorio vastamente inesplorato: le fonti in nostro possesso risalgono in buona parte a epoche successive all’abbandono del culto pagano in favore del cristianesimo e, se lo studio comparato delle mitologie, dei linguaggi poetici e, non ultimo, dei simboli appartenenti alle varie culture europee ha permesso di colmare alcune delle lacune, sono molti gli aspetti ancora nebulosi.

Sappiamo però che gli déi del nord abbandonano la Scandinavia a partire dall’ottavo-nono secolo dopo Cristo: il primo a convertirsi formalmente al cristianesimo è il Regno di Danimarca, seguito poi poco dopo dal Regno di Norvegia (998 d.C ). L’Islanda segue solo due anni più tardi, nell’anno mille, quando Thorgeir Thorkelsson annuncia presso l’Alþingi (1) l’adozione del cristianesimo come religione ufficiale. La conversione al cristianesimo non si traduce sempre in un abbandono definitivo del culto pagano che, invece, sopravvive ancora per qualche anno sotto forma di un culto privato di natura essenzialmente domestica, ed è proprio questo processo, questa ultima istanza di sopravvivenza a permettere il diffondersi e il tramandarsi della cultura nordica così come la conosciamo oggi: una volta privato della rigidità della liturgia, il culto pagano può finalmente declinarsi in una serie di varianti locali, talvolta persino individuali, ciascuna delle quali contribuisce a salvaguardare parte di quel vasto repertorio di simboli e metafore che sarebbe, altrimenti, andato perduto. La cosa non deve sorprendere, all’epoca il culto degli déi del nord è legato in maniera indissolubile ad ogni aspetto della vita quotidiana: la toponomastica abbonda di nomi ispirati al paganesimo, così come il linguaggio poetico la cui quasi totalità del repertorio di metafore, kenningar (2) e similitudini ha un qualche legame con la religione pagana. Le figure degli déi sono parte integrante del paesaggio, ci si rivolge a loro con grande famigliarità, persino alcuni nomi propri di persona recano al loro interno una qualche traccia del culto pagano. La religione norrena ha costituito per secoli una forma di sostrato comune alla neonata comunità islandese e il suo ricchissimo apparato mitologico e iconografico non scompare da un giorno all’altro, ma evolve, interagisce con la nuova religione colorandone gli spazi, ne modifica in maniera impercettibile le figure e, talvolta, persino gli aspetti principali. Il fenomeno non è circoscritto alla sola Islanda, è un processo fisiologico, collaterale alla conversione che si sviluppa in maniera diversa in tutta la Scandinavia: in Norvegia, ad esempio, due secoli dopo la cristianizzazione, figure di chiara ispirazione pagana si ritrovano anche nei pressi delle prime chiese: la figura di Sigfrido si contorce insieme a quella del drago sul portale della chiesa di Hylestad ( 12esimo secolo ) e una figura pericolosamente simile ad Odino, compare nel sottotetto della coeva chiesa di Hegge.

Come la poesia epica sopravvive alla scomparsa delle sue muse, il mito sopravvive, nel suo repertorio di formule e temi, alla dipartita degli déi, alle numerose dipartite degli déi che si sono succedute in secoli di storia europea. E il processo è strutturale, naturale, necessario alla sopravvivenza del mito: la componente universale sopravvive, evolve, mentre il resto viene, inevitabilmente trasformato.

Profanare il tempio

Quando Snorri Sturluson inizia la codificazione di ciò che resta dei miti del nord sono passati all’incirca due secoli dalla conversione dell’Islanda al cristianesimo. Il vecchio culto pagano ha ormai assunto la forma di un folklore diffuso e i pochi miti rimasti relativamente intatti vengono studiati, analizzati, reinterpretati. Se il mito si dimostra in qualche modo capace di sopravvivere al passaggio dalla sfera religiosa a quella narrativa ( perlomeno nella forma ) il processo non è retto allo stesso modo dai simboli che sono invece strettamente legati alla dimensione spirituale: in breve tempo questi vengono investiti di significati nuovi, via via sempre più distanti da quello originario. Passano gli anni e questi perdono, d’un tratto, quella protezione che il loro carattere sacro garantiva loro.

Cito brevemente qualche riga di un saggio di Milan Kundera (3)

La «sdivinizzazione» del mondo (Entgötterung) è uno dei fenomeni che
caratterizzano i Tempi moderni. La parola sdivinizzazione non è sinonimo di
ateismo, essa indica la situazione in cui l’individuo, l’io pensante, si sostituisce a
Dio come fondamento di tutte le cose. L’uomo può continuare ad aver fede, a
inginocchiarsi in chiesa, a dire le sue preghiere prima di addormentarsi, d’ora in
poi la sua religiosità apparterrà soltanto al suo universo soggettivo. Dopo
aver descritto questa situazione, Heidegger conclude: «Così gli dèi finirono per
andarsene. Il vuoto lasciato da loro viene colmato dall’esplorazione storica e
psicologica dei miti ».

Esplorare storicamente e psicologicamente i miti e i testi sacri vuol dire:
renderli profani, profanarli
. Profano deriva dal latino: profanum: il luogo davanti
al tempio, fuori del tempio. La profanazione consiste dunque nell’aver spostato
il sacro fuori del tempio, in una sfera esterna alla religione.

Una volta portato al di fuori del suo recinto sacro, il mito è vulnerabile: chiunque può attingere a quel suo repertorio di metafore, miti e simboli. Privare il mito della sua dimensione religiosa vuol dire privarlo della protezione del sacro, esporlo all’azione distruttiva dei predoni, dei tizi vestiti da bufalo che sbraitano in TV. La profanazione del mito è un processo inevitabile, parte integrante dell’evoluzione del mito dopo la scomparsa degli déi, ma quello che al giorno d’oggi appare più triste è il fatto che pare non esservi rimedio: il numero dei predoni ha superato di gran lunga quello dei guardiani del tempio. Le orde arrivano da ogni lato, attingono, depredano e si appropriano dei simboli, delle storie, corrompono le fondamenta dei templi che crollano come castelli di sabbia.

E i guardiani, laddove esistono ancora, sono ormai vecchi e stanchi: nulla possono contro il fanatismo dei profanatori. Dunque che fare?

Essere custodi del fuoco

Proteggere il mito da queste derive vuol dire ricostruirne la dimensione sacra, anche dopo la scomparsa degli déi dalle nostre vite. Vuol dire ricercare la sua sacralità nella sua dimensione universale che trascende le singole religioni e le loro storie. Essere guardiani del mito vuol dire raccontare, ricordare, riscoprire il sacro dove questo se ne è andato: riscoprire il mito come un patrimonio collettivo, schema senza tempo, la cui funzione è, e deve essere, unificante. Prendo spunto da una famosa citazione di Gustav Mahler:

La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere.”

Il fuoco del mito è rimasto privo di guardia per troppo tempo ormai: sotto le braci non ne resta che qualche timida scintilla e le ceneri sono passate di mano in mano, sono state rivendicate e strumentalizzate. Per salvare la mentalità del mito è importante, come prima cosa tornare a meravigliarsi, rientrare in contatto con la parte nascosta di noi, rientrare in possesso del fuoco ed essere disposti a difenderlo ad ogni costo senza ostacolarne la natura dinamica e la continua evoluzione.. Vuol dire avere a cuore il significato e il destino dei simboli, difendere ciò che è stato, comprenderlo nel suo contesto, per tutelare ciò che sarà.

Essere custodi del fuoco: assicurarsi che la fiamma del mito che arde attraverso i secoli non finisca nelle mani sbagliate.

Note:

(*): Note storiche tratte da: “Edda di Snorri”, edizione italiana a cura di G. Dolfini, Adelphi e “I miti nordici”, G.Chiesa Isnardi

(1): L’assemblea generale, tenuta con cadenza annuale dove venivano trattate le questioni riguardanti l’intera isola.

(2): figura retorica caratteristica della poesia scaldica, consiste nel sostituire un nome, un concetto con una perifrasi. es. hwæl-weġ (“via delle balene”) per “mare”.

(3) “I testamenti traditi”, Adelphi Edizioni

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