È un pomeriggio di fine gennaio mentre, in silenzio, passeggio lungo uno stretto sentiero che, parallelo alla linea costiera, corre allontanandosi dal villaggio. Sono da poco passate le tre del pomeriggio, la via è costellata di pozzanghere ghiacciate, la terra è scura, quasi nera, mentre il cielo ha il colore della neve. Le acque del fiordo sono insolitamente calme e, a ovest, dall’altra parte del mare, il profilo dell’isola di Hestur emerge dalla foschia. Poco più avanti, l’isola di Koltur è ricoperta da una spolverata di neve. Kirkjubøur, questo il nome del villaggio, ha, alle mie spalle, l’aspetto di sempre: un gruppo di piccole casette, tutte piuttosto simili tra loro, spunta dalla brughiera ingiallita, stretto tra la montagna e la linea del mare. Sono passate poco più di tre settimane da che ho lasciato l’Islanda per fare ritorno qui, su questo piccolo arcipelago che poco pare sapere delle bufere di neve e del crepitio delle aurore polari, e questa è la mia undicesima visita al villaggio: 24 giorni, undici blocchi e altrettanti pellegrinaggi in cerca di ispirazione. Volgo lo sguardo al villaggio per quella che mi ripeto essere l’ultima volta: il cielo va facendosi più scuro, ha il colore dell’argento ed è macchiato di tanto in tanto da qualche nuvola più chiara, ma non bianca. Le brughiere hanno perso il loro colore ambrato e si sono tinte di un bruno che quasi infastidisce lo sguardo: le piccole casette si confondono le une alle altre, con i tetti ricoperti di torba che paiono quasi toccarsi fra loro, la sagoma della chiesa, bianca di calce e contornata dal piccolo cimitero, nasconde alla vista i resti dell’antica cattedrale. Per la seconda volta, discosto lo sguardo da Kirkjubøur senza aver trovato nulla da raccontare.

« Che sia forse questa la fine dei (miei) racconti? »

Cammino e cerco di ignorare questo pensiero, ma se così fosse? In altre parole: si può sopravvivere alla fine dei racconti? I due interrogativi, però, non si placano: si rincorrono, contaminano ogni altro pensiero e si fanno sempre più rumorosi, tanto che presto abbandonano la loro veste di ipotesi. Una voce, da qualche parte, grida: « Lo sai anche tu, non si può raccontare per sempre » Mentre cerco di ignorare quel grido, provo a concentrarmi su quello che vedo, a raccontarlo: ascolto il lento erodersi della linea costiera sotto l’azione delle – poche – onde, cerco di raccontare tutto quello che vedo, ma le pozzanghere sono solo pozzanghere, le brughiere sono immobili, l’Atlantico pure. Persino quel sentiero in cui avevo riposto una qualche speranza si interrompe bruscamente dopo poche centinaia di metri, sfumando nelle brughiere. Mi guardo intorno, sono solo poche decine di metri a separarmi dall’ultimo punto in cui mi sono voltato, non è cambiato nulla: il cielo è sempre grigio, le brughiere brune e le nuvole bianche come la chiesa che, nel frattempo, non si è mossa di un centimetro.

Chi costruisce una strada che non porta da nessuna parte?

II

È solo sulla via del ritorno, poco prima che il sole inizi la sua discesa al di sotto dell’orizzonte, che noto una piccola e goffa costruzione che a prima vista scambio per una casa, sia pure una molto vecchia e pericolante, ma che un’ispezione ravvicinata rivela essere un semplice capanno, forse, una rimessa per gli attrezzi. Le cammino intorno, esaminandola da ogni lato: deve aver subito un qualche tipo di cedimento, perchè l’intera struttura sembra essere scivolata su un fianco, accasciandosi, quasi fosse anch’essa giunta al termine di un qualche tipo di pellegrinaggio e si fosse fermata per riposare prima di ripartire. Le pareti sono in pietra, di pietra, di pietre sovrapposte le une alle altre con cura, ma senza malta, e tra le quali si aprono ora una serie di piccole feritoie, troppo strette e buie per potervi vedere qualcosa attraverso. La porta è di legno, rovinata, ma più robusta di quello che ci si potrebbe aspettare e chiusa da un chiavistello metallico. Provo ad aprirla, nulla. Allora la scuoto, sempre più forte, sino a sentire i cardini tremare e minacciare di spezzarsi: batto sulla porta come se l’ispirazione che ho cercato per tutto il giorno potesse davvero trovarsi là dentro, ma questa non ne vuole sapere di aprirsi. Da una delle piccole feritoie sento il buio al suo interno agitarsi, poi sospirare.

Quando la smetto di abbattermi contro quella porta, mancano solo otto minuti alle quattro, il sole è scomparso al di sotto dell’orizzonte e una sfumatura indaco attraversa il cielo per qualche istante.

III

La strada che non porta da nessuna parte è lunga esattamente 381 passi, cui si se ne sommano altri 84 per raggiungere la stazione degli autobus: l’edificio ricorda vagamente le altre case del villaggio, ha il tetto di torba e le pareti esterne sono di legno, ma l’interno somiglia più alla sala d’attesa di un ambulatorio medico tanto che, una volta al suo interno, ho l’impressione di essere tornato nel mio paese, come se da un momento all’altro una delle mie vecchie vicine di casa potesse entrare e inondarmi delle solite domande inopportune: « Come va la scuola? Non è meglio se ti trovi un lavoro? E la ragazza? ». È troppo, mi rimetto lo zaino in spalla e, di corsa, torno a camminare lungo quelle strade che, ormai, hanno smesso di tacere.

IV

Apro la mia agenda, a pagina 18 trovo uno dei miei pochi racconti rimasti incompiuti il cui titolo, provvisorio, è ” se un lupo dovesse divorare la luna”. Leggo quelle poche righe salvo poi restarne deluso, perché non si tratta di un racconto vero e proprio, ma di una serie di appunti relativi a un mito che, un non meglio precisato “X”, deve avermi raccontato la scorsa estate. X., in questo caso, è un artista Sami che ha preferito restare anonimo, e la storia che mi ha raccontato riguardava le figure di Skoll e Hati, i due grossi lupi che inseguivano, rispettivamente, Sol e Mani, il sole e la luna. I due lupi inseguivano i loro rispettivi bersagli, così che quelli erano costretti ad una fuga perenne attraverso la volta celeste. Un giorno comunque, aveva raccontato X., i due lupi sarebbero riusciti a raggiungerli. Ho custodito quell’immagine per nove mesi sperando che, ad un certo punto, ne sarebbe scaturito un qualche racconto, ma Skoll e Hati non avevano una storia da raccontare: un giorno qualcuno li aveva messi lì, a correre nel cielo, loro non avevano fatto altro che obbedire e quel giorno il sole e la luna avevano preso a fuggire, senza potersi fermare. Rileggo quelle poche righe e l’unica cosa che riesco a scrivere è: « Anche le stelle si muovono. Che ne è stato dei loro lupi? » Torno a camminare. Sono le 17:11 quando la luna sorge dalla ghiaia scura del piazzale degli autobus: è quasi piena, ma non fa in tempo a sorgere che viene immediatamente avvolta dalla foschia.

465 passi e sono di nuovo davanti a quel capanno che è anche una vecchia signora accasciatasi su di un fianco. Ormai è quasi notte, o comunque non farà più buio di così. Le giro di nuovo intorno, le pareti sono umide di condensa, ma tra le pietre qualcosa è cambiato, perchè il buio al loro interno ha smesso di agitarsi, di sospirare. Ora quel buio ha un volto, le cui labbra si schiudono, un volto che prova a raccontare. La tenebra prende per un istante la forma del volto di mio nonno, con i lunghi capelli bianchi che vanno un po’ in tutte le direzioni e gli occhi grigi che cercano la luce: vuole parlare, vuole raccontarmi la mia storia, quella che sto cercando da giorni, vuole raccontarmi di Skoll, di Hati e di tutti quei lupi senza nome che forse hanno inseguito le stelle, ma la sua voce fatica a raggiungermi, forse, nemmeno riesce a vedermi. Ma là dentro fa buio, le quattro mura hanno da tempo divorato il sole, la luna ed ogni altra luce. Busso alla porta, la prego di aprirsi, chiedo pietà al chiavistello metallico che però non mi ascolta: la porta non si apre, le pietre non si smuovono e a me non resta altro da fare che tornare indietro.

Mancano esattamente 71 passi quando vedo le luci dell’ultimo autobus allontanarsi dalla stazione: la luna è ora libera dalla morsa della foschia, ma non si vedono le stelle. La strada verso casa, verso Torshavn è lunga, ma ho una torcia elettrica e tante cose a cui pensare.

V

Apro la porta cercando di fare meno rumore possibile, ma quella si apre con uno scricchiolio sordo che annuncia a tutti gli occupanti della casa che sono arrivato, che sono bagnato e coperto di fango perchè sono scivolato da qualche parte lungo il sentiero, che ho perso l’autobus e che ho freddo. Sigga è seduta in sala da pranzo e guarda un documentario: le pareti sono affollate di quadri, disegni, poster. Le bambine sono già a letto e sul fornello c’è una pentola di zuppa per me. Mi chiede come è andata la mia giornata, se il mio pellegrinaggio ha dato i frutti sperati, ma non le so rispondere: le racconto tutto, delle brughiere noiose, delle pozzanghere ghiacciate, dell’ispirazione che non ho trovato e della rimessa per gli attrezzi che è solo una rimessa per gli attrezzi, ma che per un attimo ha preso la forma di una vecchia signora, le parlo di Skoll e Hati, che lei già conosce, ma anche di tutti quegli altri lupi che chissà che fine hanno fatto.

Mangio la mia zuppa e lei torna al suo documentario, infilo la ciotola nella lavastoviglie e mi infilo nella mia stanza, dove inizio a battere qualcosa sui tasti del mio computer.

Penso al giorno in cui finiranno i racconti, al giorno in cui davvero non troverò più nessuna storia da raccontare e intorno a me si fa buio, un buio denso, un buio che non parla: tutto si tinge di nero, lo stesso nero che poche ore prima ha provato a parlarmi. E d’improvviso fa buio, come se un lupo avesse, d’un tratto, divorato la luna.

One thought on “Se un lupo dovesse divorare la luna

Rispondi