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In occasione della pubblicazione della traduzione italiana del suo ultimo libro, “Il tempo e l’acqua”, edito in Italia da Iperborea, ho avuto modo di intervistare lo scrittore, politico e attivista islandese Andri Snær Magnason. Il risultato dell’incontro è una lunga conversazione – più che un’intervista – attorno ai temi del linguaggio, dell’identità culturale e dell’ambientalismo. Per facilitarne la lettura, il testo è stato diviso in due parti, pubblicate separatamente.

Per leggere la prima parte, cliccare qui.

Riflessione sul tema: “Essere ambientalisti oggi, significati e schemi concettuali”

ASM: Come ti dicevo, non saprei dirti con esattezza quando io sia diventato “ambientalista”: suppongo che un ruolo importante lo abbiano avuto i documentari – in particolare quelli di David Frederick Attenborough – e il fatto che a lungo ho sognato di diventare biologo, ahimé senza riuscirci.

Posso però parlarti, con relativa certezza, di quella che è stata la mia chiamata all’azione e di come sono diventato, oltre che ambientalista, attivista. Partì tutto da una vecchia casa: era la casa in cui mia madre era venuta al mondo e che era stata costruita dal mio bis-nonno. Era una bella casa, ma necessitava di importanti interventi di ristrutturazione, così la mia famiglia optò per la demolizione: ora, la cosa curiosa è che nessuno in famiglia voleva che la casa venisse demolita, ci eravamo tutti affezionati, ma dal momento che nessuno disse nulla questa venne rasa al suolo. È grazie a questo avvenimento che ho colto la differenza tra ambientalismo e attivismo: i miei famigliari avevano certamente a cuore la casa, ma nessuno di loro era un attivista, nessuno di loro ha protestato e così la casa ora non c’è più. In certi momenti penso che sarebbe bastato così poco, sarebbe stato sufficiente un mio breve testo per poterla salvare. In quello stesso periodo, comunque, anche l’Islanda, o meglio i suoi altipiani interni, erano sotto attacco: il governo stava cercando di attirare capitali dall’estero e il piano era quello di costruire lì, negli altipiani, una serie di fonderie. Ovviamente l’idea non piaceva a nessuno – o quasi – , ma erano in pochi a protestare e anche chi si diceva contrario all’idea continuava a votare per gli stessi politici. Potresti pensare che io stia facendo ricorso a termini come “attacco” per avvalorare la mia tesi, ma non riesco a pensare ad altri termini: una delle più grandi aree di nidificazione del mondo era sul punto di essere distrutta. Tutto quello che riuscivo a pensare, a dire era ” stiamo seriamente parlando di questo? ” o, ancora, “hanno davvero il permesso di farlo? “. Allora però non avevo la conoscenza, linguistica ed economica per oppormi […] capivo, sentivo che qualcosa era profondamente sbagliato, ma non avevo le parole per farmi valere. Questi strumenti sarebbero arrivati più tardi. Più leggevo, raccoglievo dati, più imparavo e, più imparavo, più quello che leggevo mi faceva sentire frustrato, arrabbiato e deluso. Ma non si trattava di una mera questione ambientale, o politica, ma era un fatto culturale. Da qui la necessità di affrontarlo con strumenti che fossero, anch’essi, culturali.

E: È in quel periodo che hai scritto Dreamland[1]

ASM: Sì, esattamente. Sì tratta di un’opera a cui sono molto affezionato e che porta avanti questo tipo di riflessione, un tipo di riflessione che, in parte, avevo già trattato nel volume precedente, Il Pianeta Blu, un libro per bambini.

Direi che l’interrogativo principale che si cela dietro a Dreamland sia “Cosa è reale?” , dove “reale” è da intendersi nel senso più puro del termine, ma anche nel senso di “concreto”. L’idea diffusa al tempo era che l’alluminio ( l’industria dell’alluminio ) fosse assolutamente concreta, la base reale su cui poggiava tutto. Il resto, la poesia e le arti erano dei prodotti culturali, più vaghi, meno reali, appunto. Se però ci immergiamo nel linguaggio economico, ci rendiamo conto che anche l’alluminio, come la poesia è un prodotto della nostra cultura. Un prodotto di una cattiva cultura, forse.

L’Islanda ha conosciuto, come molte piccole nazioni, uno sviluppo piuttosto rapido, quasi istantaneo ( dalle case dal tetto di torba al Bauhaus ). Non deve sorprendere quindi il fatto che ci siano persone per cui la vita è stata, ed è ancora oggi, una questione di “muscoli-energia-proteine“, in quanto questo è il paradigma, lo schema concettuale, della fattoria, del contadino: serve forza per produrre, per mandare avanti una fattoria e più si produce, più se ne possono raccogliere i frutti. E non c’è niente di sbagliato, in quel contesto. Ora però immagina di prendere quel contadino e di portarlo a lavorare in una fabbrica, in una fonderia, realtà profondamente diverse da quelle della fattoria, senza aggiornare questi paradigmi. Quello che ottieni è che queste persone continuano ad agire secondo i loro vecchi schemi, ma in un ambiente che è radicalmente diverso: si va a stabilire un parallelismo pericoloso, la fonderia si sovrappone all’immagine della fattoria che, grazie ai muscoli, produce sostentamento. E più fonderie, in questa visione, equivalgono a più sostentamento. Come vedi si tratta di un processo di tipo culturale. Ora, allo stesso tempo assistiamo ad un altro fenomeno: più queste industrie diventano efficienti, meno abbiamo bisogno di persone che vi lavorino. Diciamo che con il passare del tempo, finisce per lavorarci il 10% della popolazione, mentre il 90% può dedicarsi ad altro: alla poesia, al turismo, etc. Il risultato è che anche se il 90% delle attività ormai si basa su questo “altro”, si tende ancora a vedere l’alluminio ( e tutte le realtà simili a questa) come la base concreta, reale, di questo benessere. Paradossalmente, secondo questa visione io, in quanto poeta e scrittore, non avrei alcun diritto ad oppormi all’industria e allo sfruttamento degli altipiani, perché è grazie a queste cose che io posso dedicarmi alla poesia […]

Questi problemi culturali sono uno degli aspetti più importanti che cerco di trattare in Dreamland, che è indubbiamente un libro sulla natura, sull’ambiente, ma di fatto questi temi compaiono solo a pagina duecento e qualcosa, le prime pagine sono dedicate al linguaggio, alla costruzione di un linguaggio per mezzo del quale poter affrontare il tema.

E: Si direbbe che tu abbia letto il saggio Metaphors we live by[2], è così?

ASM: Certamente, il saggio di Lakoff. Non solo lo ho letto, ma è una delle mie fonti di ispirazione, sia per Dreamland sia per questo mio ultimo libro.

E: Per quanto mi riguarda, sei libero di contraddirmi, ho sempre pensato che mito e metafora abbiano molto in comune. Nel tuo libro grande risalto è dato ad una figura mitologica, Auðhumla[3].

ASM: La riflessione sulla mucca universale è una delle parti del libro a cui tengo di più. Non fraintendermi, non intendo scrivere un trattato di antropologia e nemmeno una riflessione di carattere mitologico. Per questo non mi interessa essere accurato al 100%, mi interessa che l’immagine che propongo sia verosimile, che sia vera abbastanza. Lo ho scritto nel libro, ci vorrebbe una vita intera di studi antropologici, come quelli a cui facevi menzione prima, per cogliere tutte le sfumature della metafora, del mito della mucca universale. Purtroppo, per quanto riguarda l’Himalaya e le calotte polari, non abbiamo una vita intera a disposizione: da qui l’immagine di Auðhumla, che paragono ai ghiacciai. Come ho detto, non mi interessa se l’immagine che propongo sia stata colta o meno mille anni fa, quello che mi interessa dire è che possiamo concepire i ghiacciai, i poli, come delle vacche sacre, come fonti di vita. E che dobbiamo capire che queste vacche stanno morendo, con tutto ciò che questa morte comporta per noi e per il nostro futuro.

E: L’immagine che mi sono fatto del tuo libro, e che hai confermato in parte con questa riflessione, è quella di un testo che si pone a metà tra più generi: c’è un misto di memoria, reportage, saggistica, ma anche un po’ di romanzo… è corretto?

ASM: Sì, è corretto. Vedi, non sto cercando di ottenere un dottorato con questo libro. Direi che è più un esperimento, e questo è un aspetto che le recensioni italiane sembrano aver colto meglio di altre. Direi che è un po’ come se mi trovassi ad un immaginario crocevia e contemplassi un po’ tutte le vie possibili. Ed è un libro in cui gioco con la realtà, gioco a mettere in dubbio la realtà.

Per esempio mi chiedo… voglio dire: è facile credere che viviamo in un mondo razionale, ma guardandomi intorno non posso non interrogarmi sulla veridicità di questa affermazione. Il pianeta è in fiamme, metaforicamente e non, e noi non stiamo agendo, anzi. Cosa c’è di razionale nel minare deliberatamente le basi della nostra esistenza? Forse, se fossimo stati, se avessimo adottato un approccio più spirituale, paradossalmente il risultato sarebbe un mondo più razionale. Se qualcuno avesse detto cose come ” No, non entriamo nella foresta, è sacra ” oppure “Non inquiniamo il fiume, è sacro ” […] forse le cose sarebbero diverse.

Non fraintendermi, non sto cercando di fare il guru… quello forse lo farò nel prossimo libro, mi raserò a zero e dirò cose come ” alla larga dagli altipiani, sono sacri! (ride)

E: Mi permetto un’ultima domanda, visto che entrambi siamo lettori dell’opera di Lakoff…Credi che una maggiore consapevolezza in materia di tematiche ambientali possa essere ottenuta promuovendo nuove metafore? Aggiornando quei paradigmi cui facevi riferimento?

ASM: Se non lo pensassi non avrei scritto… ( si ferma )

E: Può una metafora salvare il mondo?

ASM: È quello che sto cercando di fare, contribuire, cercare la metafora che possa salvare il mondo. Chissà, forse si tratta proprio di Auðhumla, la mucca primordiale. ( ride )

Note:

[1]: Dreamland: manuale di autoaiuto per una nazione spaventata è uno dei libri più celebri di Andri Snær Magnason in cui l’autore cerca di affrontare il tema dell’ambientalismo in Islanda ponendo l’accento sulle questioni linguistiche e culturali.

[2] Metaphors we live By, Pubblicato in Italia con il titolo Metafora e vita quotidiana è un saggio pubblicato George Lakoff e Mark Jonhson nel quale i due autori mettono in luce come schemi mentali di natura metaforica giochino un ruolo importante nel nostro modo di relazionarci al mondo.

[3]Auðhumla: nella mitologia norrena, la grande mucca “bianca di brina” ( da cui il collegamento fatto dall’autore con l’immagine del ghiacciaio ) che nutrì il gigante primordiale Ymir. Figure simili sono presenti in molte mitologie europee.

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