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In occasione della pubblicazione della traduzione italiana del suo ultimo libro, “Il tempo e l’acqua”, edito in Italia da Iperborea, ho avuto modo di intervistare lo scrittore, politico e attivista islandese Andri Snær Magnason. Il risultato dell’incontro è una lunga conversazione – più che un’intervista – attorno ai temi del linguaggio, dell’identità culturale e dell’ambientalismo. Per facilitarne la lettura, il testo è stato diviso in due parti, pubblicate separatamente.

Riflessione sul tema: ” cosa significa oggi essere uno scrittore islandese: paesaggio e identità culturale”

ASM: Normalmente tenderei a dire che quella visione secondo la quale sarebbe il paesaggio islandese a plasmarci come scrittori sia un cliché, un semplice luogo comune.

Penso a quando tengo le mie lezioni in Germania, in Italia, o in uno qualsiasi dei Paesi dell’Europa continentale e vedo come spesso le mie considerazioni vengono declinate, interpretate, sulla base della mia provenienza. In un certo senso è facile essere portati a credere che, mentre voi ( ndr. L’Europa continentale) siete un prodotto complesso della cultura europea, del cristianesimo, dell’illuminismo e del romanzo, la nostra creatività e la nostra produzione artistico-letteraria derivi in buona parte da suggestioni paesaggistiche, dai vulcani, dai ghiacciai e, non ultima, dalla tradizione delle saghe.                                              

Sotto questo punto di vista, la mia idea è stata, per molto tempo, che non fosse così, che buona parte del merito andasse al socialismo che ci ha donato scuole, accademie […] e che ha permesso ad ogni giovane islandese che lo desiderasse, di imparare a suonare il violino, o dipingere un quadro. Poi però mi è capitato di tenere una lezione nelle Isole Faroe, che mi pare di capire tu conosca molto bene. Ora, se in Europa è piuttosto evidente che l’Islanda è una realtà diversa da quella locale e questo dettaglio non necessita di essere enfatizzato, lo stesso non si può dire nelle Isole Faroe, perché i due ambienti sono in realtà molto simili. Quindi stavo tenendo una lezione lì: il tema erano le problematiche ambientali in Islanda e parlavo dei ghiacciai, dei vulcani e delle loro interazioni reciproche, ma erano tutte cose che lì non avevano! Così, nel mezzo di una lezione mi sono reso conto che esisteva un’isola esattamente come l’Islanda, ma che non aveva nessuna di quelle cose. Sono rivelazioni come queste che ti portano a rivalutare il tuo punto di vista, che ti fanno capire che anche se si stratta di un cliché, è vero che il paesaggio ti plasma, lo fa davvero.  

Un altro dettaglio interessante da notare è come queste differenze a livello paesaggistico – non solo l’assenza dei ghiacciai, ma anche la finitezza del paesaggio faroese contrapposto agli sconfinati e inesplorati spazi interni islandesi – si riflettano anche su un piano culturale: durante quella mia ultima visita mi hanno portato su un’isola, una molto piccola, nei pressi di Gasadalur, villaggio che forse conosci. Lì, su quell’isola doveva essersi trovata, una volta, un’importante fattoria così ho chiesto quale fosse la menzione più antica relativa a quella fattoria, alla storia di quell’isola, e la risposta è stata qualcosa come ” Nel 1840.. “. la memoria era così corta! Se quell’isola si fosse trovata in Islanda, di certo avremmo avuto una qualche leggenda su quale troll la avesse portata lì, o, al contrario, avesse cercato di portarla via, oppure sarebbe stata un luogo dove una serie di personaggi di saghe diverse si sarebbero trovati a camminare, o, ancora, avremmo saputo per certo chi, quale famiglia, ha colonizzato per prima quell’isola nel nono secolo. Così mi sono ritrovato a pensare a quanto quella memoria fosse corta, il che era qualcosa di incomprensibile per me. La cosa è ancora più curiosa se pensiamo che una forma d’arte volatile come la danza, che richiede tanta memoria quanta ne richiede, ad esempio, la tradizione orale delle saghe, si sia preservata lì ma non in Islanda. In un certo senso ho sempre rimpianto la scomparsa delle nostre danze tradizionali…

E. Però sono rimasti i Rímur[1]

ASM: Sì, ma non sono danze. Sono rime, talvolta cantate, ma non danzate. Non fraintendermi, abbiamo dei frammenti di alcune ballate, ma la danza non è (più) una parte viva della nostra cultura. Tu sei probabilmente stato nelle Isole Faroe in occasione dell’Ólavsøka [2], giusto?

E: Sì, certo.

ASM: Ecco. Allora saprai che lì un qualsiasi gruppo di ragazzi di vent’anni può mettersi in cerchio e improvvisare una danza, è nel loro sangue, nel loro DNA. Possiamo dire, in un certo senso, che lì il modernismo non ha avuto la stessa presa che ha avuto invece in Islanda: se visiti Torshavn, la capitale Faroese, gli edifici moderni sono sostanzialmente assenti e tutte le abitazioni, o quasi, hanno la stessa impostazione ereditata dalla tradizione. L’impressione che ho, che potrebbe anche rivelarsi inesatta, è che questa possa essere una conseguenza di una “maggiore stabilità” della storia faroese. Certamente anche le Isole Faroe hanno vissuto il dramma della povertà e dell’isolamento, ma la loro storia non è segnata dai grandi shock che hanno invece segnato la nostra storia.

E: C’è qualche shock in particolare che credi possa aver contribuito a favorire questo sviluppo differente?

ASM: Sì e no. Penso ad esempio alla grande eruzione vulcanica del 1783, ma ce ne sarebbero tanti altri, anche nell’età moderna. E noi lì ricordiamo tutti, scandiscono la nostra storia, la nostra memoria e sono parte integrante di essa. Quando visito le Faroe ho come l’impressione che lì abbiano deciso di dimenticare tutta la loro storia e di ricordare solo le danze. Come se non avessero fatto altro che danzare attraverso la storia.

E: Però è una bella immagine. Credi che questo attaccamento alla memoria possa essere una risposta, una reazione ai numerosi shock subiti?

ASM: ( ride ) Sì, è una bella immagine.

Uno degli shock più grandi è sicuramente quello che ci ha colpito, come Paese, dopo la seconda guerra mondiale. In quegli anni abbiamo visto il nostro primo grande fenomeno migratorio interno, con il risultato che ogni singolo islandese venne scosso, sollevato dal terreno e ripiantato altrove. Una cosa che non credo essere avvenuta nelle Isole Faroe, dove le famiglie sono rimaste grossomodo nello stesso luogo per generazioni e generazioni. La nostra memoria, però, ha poco a che vedere con le tradizioni e l’identità culturale, ed è invece strettamente legata al nostro desiderio di indipendenza, un aspetto non trascurabile e parte della nostra cultura sin dall’inizio della nostra storia.

Non so dire con certezza se un simile movimento, un simile desiderio di indipendenza abbia attraversato anche la storia faroese, credo di no comunque, ma è interessante notare come le dinamiche sarebbero state, comunque, estremamente diverse: mentre la loro identità culturale è sempre stata fortemente legata alle tradizioni, la nostra è stata sempre connessa al desiderio di essere conosciuti, al desiderio di esistere. In un certo senso, la nostra ambizione nell’età moderna era di disfarci delle torfbæir[3] – le tradizionali case dal tetto di torba – e dei Rímur, simboli di povertà, di isolamento. Non volevamo essere visti come una realtà rurale, lontana ed isolata, volevamo essere non solo conosciuti, certo, ma essere riconosciuti come europei. Volevamo essere moderni. Così noi ci siamo liberati dei Rímur per avere un’orchestra che potesse suonare Mozart e, negli anni venti, siamo passati dalle torfbæir al Bauhaus, mentre nelle Isole Faroe questa spinta modernista non si è fatta sentire così tanto […] il risultato è che visitando le Isole Faroe, si percepisce immediatamente la forza della loro identità culturale, il che è paradossale se confrontato alla brevità della loro memoria. Per un islandese, visitare le Isole Faroe è un’esperienza forte, disorientante: si ha l’impressione di essere in un mondo surreale, un’isola che somiglia in tutto e per tutto all’Islanda, ma senza ghiacciai e senza vulcani. Insomma, è reale, le Faroe sono assolutamente reali, ma è una realtà diversa, un differente sviluppo della storia che ha del surreale, appunto. Forse è per questo che conosco più islandesi che sono stati in Thailandia di quanti invece non siano stati nelle Faroe (ride)

Note:

[1]: Un ríma (pl. rímur ) è una composizione in rima, tipicamente a tema epico. Sono state per secoli una delle forme di letteratura più diffuse in Islanda.

[2]Ólavsøka, lett. La veglia di Sant’Olav è una delle due feste nazionali nelle Isole Faroe. L’occasione viene festeggiata il 29 Luglio, con danze, canti e festeggiamenti che si protraggono per più giorni.

[3]torfbæir: tradizionali abitazioni solitamente realizzate in legno e isolate poi per mezzo di strati di torba.

2 replies on “Storia di due Isole Sorelle: Una conversazione con Andri Snær Magnason

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