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Ho raggiunto la spiaggia che lei era già lì ad attendermi, seduta sul pontile e con lo sguardo fisso in direzione del mare. Indossava un tipico maglione faroese bianco e bruno e una berretta, anch’essa di lana, in tinta dalla quale spuntavano i lunghi capelli biondi che, raccolti in due trecce sottili le scendevano lungo la schiena.

Ho cercato di attraversare la spiaggia senza fare rumore: era una striscia di sabbia scura, quasi nera, lunga non più di un centinaio di metri e che dava l’impressione di assottigliarsi ogni giorno di più. La marea vi aveva gettato dei banchi di alghe dal color giallo intenso che, ormai fuori dalla portata delle onde, giacevano sulla sabbia disposte a formare quella che aveva l’aspetto di una fine linea dorata. L. non si era ancora accorta del mio arrivo: si è alzata in piedi e ha mosso qualche passo sul pontile per poi sedersi nuovamente nello stesso punto di prima. Alle sue spalle, l’indaco del crepuscolo aveva già ceduto il passo al colore della sera mentre, di fronte a lei, a ovest, l’ultima luce del giorno pendeva ancora al di sopra dell’orizzonte: aveva l’aspetto di una sottile scia luminosa di color bianco avorio sulla quale, scure e parzialmente avvolte dalla foschia, stavano le sagome delle scogliere che delimitano la baia: Drangarnir, dalla forma vagamente rassomigliante un arco e l’isola di Tindhólmur. Quando finalmente la ho raggiunta, mi ha salutato con un abbraccio timido e impacciato per poi riprendere la storia che aveva interrotto due giorni prima: ci eravamo salutati con lei che aveva appena finito di raccontare di come gli dèi avessero cercato di imprigionare, per mezzo di due robuste catene, un grosso lupo che cresceva ormai a dismisura. Fenris – questo il suo nome – era però riuscito a liberarsi da entrambe. Gli dèi allora avevano chiesto nuovamente aiuto ai nani che avevano promesso loro una terza catena, più forte e, questa volta, indistruttibile.

II: Del consumare le parole

Il suo racconto viene continuamente interrotto dalle improvvise folate del vento del nord: una delle due trecce si è sciolta e, ad ogni raffica, una ciocca di capelli le si riversa sul viso. Le acque della baia sono ora increspate da centinaia di piccole onde che, a gruppi di tre, talvolta quattro, si infrangono sulla spiaggia; si è fatto buio e l’unica luce pare provenire da qualche parte alle nostre spalle, forse da qualcuna delle casette del villaggio. Anche quell’ultima striscia luminosa, a ovest, è andata assottigliandosi e raffreddandosi fino a sparire. L’ultima cosa che distinguo chiaramente sono i suoi capelli mossi dal vento e che, a più riprese, si posano sulle sue labbra.

« La terza catena che ( gli dèi ) utilizzarono si chiamava Gleipnir ( lett. “quella aperta”, “quella flessibile” secondo una traduzione più libera ). Come le precedenti era stata forgiata dai nani che abitavano il regno di Niðavellir, i quali, però, quella volta avevano fatto ricorso alla magia: per questa ragione Gleipnir si presentava in maniera diversa dalle altre. Aveva la forma di un sottile nastro di seta ma era indubbiamente la più resistente delle tre e i nani erano certi che nulla al mondo la avrebbe mai potuta spezzare […] »

Ai tempi dei suoi primi racconti ( poco più di semplici favole ), capitava di frequente che lei incappasse in qualche parola faroese. La cosa originava spesso dei siparietti comici, ma talvolta queste parole arrivavano come vere e proprie epifanie di poesia. Col tempo, comunque, si erano fatte sempre più rare, sino a sparire quasi del tutto. Ora, le uniche eccezioni sono rappresentate dai nomi propri, dalla toponomastica e, molto più raramente, da quelle parole che mancano di una traduzione letterale in inglese. Così mi sorprende il fatto che solamente nel corso della sua ultima frase ne siano capitate due ( un nome proprio, Gleipnir, e un toponimo, Niðavellir ), con la prima che ha catturato la mia attenzione: ascolto mentre L, con la sola voce, trasforma quel groviglio di consonanti ( curiosamente molte delle parole che finisco per amare sono caratterizzate da una marcata disparità tra il numero di consonanti e quello di vocali, con queste ultime nettamente sfavorite ) in un suono che ha, a tratti, una parvenza musicale, vagamente onomatopeica: mentre L. pronuncia quella parola per quella che ora è la seconda volta, ho l’impressione che un sottile nastro di seta le inizi a scorrere dalle labbra per poi stringersi intorno a noi scivolando sulla sabbia scura, ora umida dell’aria della sera. Ma è soprattutto l’ultima sillaba, con un suono a metà tra il nasale ed un sibilo, a fare il miracolo: si perde nel vento e Gleipnir, – quella del mito e che ora giace ai nostri piedi – sembra volerla seguire oltre le onde, oltre la nebbia, sino alle alte scogliere celate.

Lei, intanto, prosegue con la sua storia: racconta di come i nani quella notte – e questa deve essere una sua licenza poetica, perché nulla nel mito originale suggerisce che Gleipnir sia stata forgiata la notte – avevano fatto uso di una serie di componenti magiche ( nell’ordine: la barba delle donne, le radici delle montagne, il respiro dei pesci […] e il rumore dei passi dei gatti ) e che queste, da allora, erano scomparse dalla faccia della terra.

La interrompo e le chiedo se, da qui in avanti, può evitare di chiamare la “catena” per nome. Quando una parola mi piace, tendo a volerla usare il meno possibile (credo, ad esempio, di aver usato solo una volta in vita mia la parola Pleiade, che pure è una delle mie preferite in assoluto ), quasi come se, utilizzandola, io avessi paura di vederla consumarsi, cosa che, a ben guardare, non era poi così diversa da quanto era capitato ai nani: avevano scelto, quella notte, di usare alcuni ingredienti e questi erano poi scomparsi nel nulla. Certo, il loro era stato un rischio calcolato, un male necessario, ma io non mi perdonerei mai se, a seguito del loro abuso parole come “Pleiade” perdessero d’un tratto la loro magia. Forse L. aveva scelto di limitare la frequenza di certe parole per la stessa ragione: forse anche lei aveva capito, come certi nani prima di noi, che usare e consumare sono, talvolta, la stessa cosa.

Temo comunque, che almeno per questa sera, il rischio di incappare in qualche altra parola faroese, o di vedere “Gleipnir” essere privata della sua magia, almeno per questa sera, non sussista: si è fatto tardi, lei deve tornare a casa e a me toccherà attendere ancora qualche giorno per ascoltare il finale della sua storia.

III: La promessa disattesa di una fine del mondo

Al tempo del mio primo viaggio nel Nord d’Europa ero convinto che, lì, chiunque conoscesse i vecchi miti: avevo quest’idea per cui i nonni li raccontavano ai nipoti e che non importasse dove uno si fosse venuto a trovare, qualcuno avrebbe sempre potuto accoglierlo con una qualche storia, ma erano bastati pochi giorni per rendersi conto che le cose non stavano affatto così e che se da un lato la conoscenza delle saghe, delle fiabe e delle Kvæði (le ballate tradizionali), era piuttosto diffusa, i miti del passato parevano essere stati in larga parte dimenticati, sostituiti. Per questa ragione, non potendo essermi d’aiuto in altri modi, L. mi aveva regalato una sorta di enciclopedia della mitologia ( non diversa, lo devo ammettere, da quelle che già possedevo ) e si era impegnata a cercare, nell’arcipelago, qualcuno che potesse raccontare qualcuno di quei miti in modo diverso. E doveva esserci riuscita, perché i suoi racconti erano ricchi di particolari che l’enciclopedia ometteva.

Quanto a Gleipnir, sapevo quindi come proseguiva la storia: la catena un giorno si sarebbe spezzata e ne sarebbe seguita una terribile battaglia al termine della quale il mondo sarebbe stato avvolto dalle fiamme. Come nella quasi totalità delle altre mitologie del mondo, la fine di tutto era sempre stata lì, profetizzata, e coreografata sin nei minimi dettagli come si trattasse di una colossale pièce teatrale in cui ciascuno avrebbe seguito alla lettera il suo copione e nella quale il tutto era così ben organizzato da dare l’impressione che non vi fosse altro scopo nella storia, nell’esistenza del mondo, all’infuori di quell’ultimo scontro. Forse era questa ragione per cui le persone avevano finito per dimenticare i miti del passato: gli dèi erano davvero scomparsi, ma il mondo non era finito con loro e l’intero apparato mitologico, privato di quel suo elemento portante, era presto crollato come un castello di carte: non ne rimaneva altro che una manciata di vecchie storie di una qualche epoca lontana dove, ad un certo punto, le donne dovevano aver avuto la barba, i pesci il respiro e nel mondo doveva risuonare il frastuono dei passi dei gatti.

Ho accompagnato L. verso la macchina: abbiamo attraversato insieme il labirinto di strette stradine che corrono tra le case del villaggio, quelle al limite della spiaggia e che non è difficile immaginare battute dalle onde durante le mareggiate e quelle di legno nella parte alta dell’abitato, abbiamo allungato la via passando vicino alla vecchia chiesa contornata dal piccolo cimitero, passando poi attraverso la piccola piazzetta che ospitava quello che aveva tutta l’aria di essere l’unico albero nel raggio di chilometri. La ho salutata con un abbraccio ( timido e impacciato al punto giusto ) e la nebbia ha invaso il villaggio poco dopo. Poi è stata la volta di una pioggia battente che si sarebbe presto trasformata in grandine.

Nella strada verso l’ostello ho pensato che, sommato tutto, c’era una certa poesia nella storia di Gleipnir e che era un peccato che questa, al pari degli dèi, fosse scomparsa così, senza fare rumore.

Veduta dalla spiaggia del villaggio (zoom) nel febbraio del 2020. In basso a destra, Drangarnir.

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